venerdì 22 settembre 2006
È entrato teso, nervoso. È uscito quasi quattro ore dopo provato dal fuoco di fila delle troppe domande alle quali non è riuscito a dare una risposta. E quando, nel bel mezzo dell´audizione, il capo del Sismi Nicolò Pollari ha confessato che in fondo lui non è nemmeno certo che l´operazione della Cia in Italia ai danni dell´imam Abu Omar, in quel febbraio 2003, sia stata un vero e proprio rapimento e non piuttosto il trasferimento in gran segreto di un informatore, ebbene a quel punto i parlamentari che lo ascoltavano si sono guardati attoniti. E l´imbarazzo è calato
sul Comitato di controllo sui servizi. Come quando, poco dopo, gli è stato chiesto di spiegare cosa ci sia dietro le complicità emerse dall´inchiesta milanese tra pezzi del Sismi e centrale delle intercettazioni Telecom. «Non mi risulta che ci siano state tali complicità - è stata la sua risposta - e poi non è chiaro a che livello il dottor Mancini (il suo numero due, ndr) sia coinvolto nelle intercettazioni illegali».Pollari non ha ceduto, non ha ammesso il ruolo del servizio militare nella faccenda del blitz di extraordinary rendition a dispetto del procuratore di Milano Armando Spataro che, appena una settimana fa, davanti allo stesso Copaco aveva spiegato che il Sismi non poteva non sapere e aveva anzi collaborato. Ieri il generale ha battuto la stessa pista difensiva della precedente audizione del 6 agosto ma in un´atmosfera per lui ben più rarefatta. Ha negato tutto: di aver saputo, di aver collaborato. Messo alle strette si è fatto scudo ancora una volta col segreto di Stato al quale il governo lo vincola. Ma è un Pollari indebolito, quello che poco dopo le 16 ha lasciato Palazzo San Macuto. Destinatario probabile di un rinvio a giudizio, come anticipato dalla magistratura milanese, ma soprattutto di un probabile ben servito dal governo. Perché il numero uno del Sismi diventa adesso una grossa grana proprio per il governo Prodi, che fino a qualche settimana fa escludeva un avvicendamento e che ora attende invece la relazione del Copaco (a fine ottobre) per procedere. Successione? «Ricade sotto la responsabilità del presidente del Consiglio», si è lavato le mani a fine audizione, con diplomatica abilità, il presidente Claudio Scajola. Ormai anche lui ammette che «alcune risposte sono state discordanti rispetto ad altri elementi emersi finora nell´indagine» e che emergono «zone d´ombra da chiarire». Adesso si dovrà passare all´ultimo atto, l´audizione del sottosegretario con delega ai Servizi Micheli, «perché possa chiarire aspetti della vicenda, in particolare sul segreto di Stato». Un altro tassello per la ricostruzione, nel frattempo, dovrebbe fornirlo l´audizione il 4 ottobre del ministro dell´Interno Amato. Il diessino Massimo Brutti il più duro: «Da parte di persone dell´intelligence vi sono stati comportamenti riprovevoli dal punto di vista istituzionale». «Giudizi sommari e sconcertanti» gli ha ribattuto il senatore De Gregorio che non ha mai perso un colpo in questi mesi quando si è trattato di difendere Pollari. E così anche il forzista Pittelli: «Dal generale prova di grande equilibrio». Ma prima che venga conclusa l´indagine sul caso Abu Omar, già la prossima settimana il Copaco aprirà il capitolo intercettazioni, con l´audizione di tutti i vertici della telefonia. Si comincerà il 5 ottobre col neo presidente di Telecom Guido Rossi. Segnerà l´avvio di un´indagine conoscitiva destinata a soppiantare quella già avviata dalla commissione Giustizia del Senato. Tra le ire del suo presidente Cesare Salvi.
da la Repubblica del 28 settembre - articolo di Carmelo Lo Papa