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Documento senza titolo

PAROLA AI GOVERNI

venerdi' 16 febbraio 2007

Dopo un anno di lavoro e più di 200 audizioni, sette missioni all'estero, migliaia di pagine e documenti analizzati, ciò che abbiamo presentato mercoledì al voto del Parlamento non è stata soltanto la relazione conclusiva dei lavori della nostra commissione, bensì l'analisi rigorosa su cinque anni di eccessi e di abusi, spesso tollerati in nome della lotta contro il terrorismo internazionale. La lotta al terrorismo, sia chiaro, è una sfida che ci vede tutti impegnati, senza alcuna defezione, ma senza accettare che, in nome di questa sfida, i principi fondativi dei nostri
 trattati vengano ridotti a carta straccia. Dunque veniamo al punto del nostro mandato: extraordinary renditions. Sapevano i nostri governi? Alcuni governi sì, certamente. Sapevano quei governi che hanno deciso di inviare i loro agenti a interrogare a Guantánamo, in Siria, in Afghanistan le vittime delle renditions. Sapevano le ambasciate europee a Sarajevo cosa sarebbe accaduto agli algerini catturati e affidati agli americani contro l'ordine di scarcerazione dei tribunali locali. Sapevano i vertici del Sismi in Italia che la CIA preparava un sequestro di persona sul territorio italiano... Esistono, attorno a queste vicende, una responsabilità ampia e un concorso di colpe che hanno risparmiato pochi paesi europei. Lo dimostrano i fatti collezionati: fatti – non opinioni né pregiudizi – circostanziati, concreti, gravi, provati, verificati. I fatti sono anche le domande senza risposta, le contraddizioni e le omissioni che abbiamo raccolto, i silenzi imbarazzati di taluni governi: se poi davanti all'evidenza di questi fatti qualcuno decidesse di voltarsi dall'altra parte, sarà solo per sua mancanza di coraggio civile, per sua mancanza di onestà intellettuale. Ci ha chiesto molte volte, in queste settimane, il collega Gawronski: cosa abbiamo scoperto di nuovo in questi mesi? Molte, troppe cose. Abbiamo scoperto che dietro i ventuno casi di renditions che abbiamo ricostruito, ce ne sono molti altri: detenuti senza volto, senza nome, senza nessuno che reclami per la loro sorte, perché sprovvisti passaporti occidentali. Abbiamo scoperto che un uomo innocente, Murat Kurnatz, può restare a Guantánamo privato dei più elementari diritti per quasi cinque anni, soltanto perché nessun governo vuole farsi carico della sua scarcerazione. Abbiamo scoperto che la tortura non serve a nulla nella lotta contro il terrorismo: ce lo ha spiegato Maher Arar, vittima innocente di una rendition, detenuto e torturato per dodici mesi in Siria. Abbiamo scoperto questo ed altro perché Kurnaz e Arar sono stati nostri testimoni: abbiamo chiesto che venissero ascoltati davanti alla nostra commissione e li abbiamo a ascoltati, loro e molti altri: vittime, parenti, avvocati, magistrati. Duecento audizioni, il campionario di un'umanità ferita ed umiliata. E adesso dovremmo far finta di nulla e voltarci dall'altra parte come hanno fatto molti governi europei? Certo, qualcuno avrebbe preferito parole più accomodanti, più prudenti, magari pensando che gli abusi, le violazioni, gli eccessi siano il prezzo normale da pagare nella lotta contro il terrorismo. Questo è falso! La forza dei nostri principi sta nel rigore con cui sapremo applicarli. Il Parlamento Europeo è stato chiamato a riaffermare ancora una volta la propria autonomia dal gioco delle convenienze e della appartenenze politiche. Di fronte alla verità ciascuno di noi non rappresenta né un governo né un partito, bensì soltanto se stesso, la sua onestà morale, la sua integrità di uomo e di deputato. Dal Consiglio e dalla Commissione ci aspettiamo adesso lo stesso rigore e, se ci è permesso, la stessa coerenza. Abbiamo aperto una porta e non permetteremo a nessuno di richiuderla. È nostro dovere compiere ogni sforzo, anche al di là della relazione approvata mercoledì, affinché i fatti accaduti in questi cinque anni non debbano mai più verificarsi.