da "I Siciliani", settembre 1984

C'era una fila di manifesti, dopo il primo portone, tutti uguali, e spiegavano come si fa a diventare bidelli a Palermo. Poi iniziava la processione delle auto blu e degli uomini in divisa. Poi, c'era l'utilitaria del generale.
Il tre settembre, due anni fa. C'era quest'isola annegata nel Mediterraneo, cinque milioni di venditori di mèusa, maestri elementari, scippatori, dentisti, commercianti, puttane, onorevoli, pompieri, poliziotti, ruffiani, cavalieri, e attorno a loro qualcuno aveva costruito strade, ospedali, caserme, bordelli, scuole... Un microcosmo di vita e di cose perfetto, compiuto, immobile. Ma c'era qualcos'altro, quella sera.
C'era sdegno e rimorso. C'era paura, ma c'era soprattutto stanchezza. Ci fu quel ragazzo di Corso dei Mille che aveva giocato con i biliardini tutto il pomeriggio, e poi era tornato a casa ed aveva visto in televisione via Carini, e allora aveva scritto col pennarello grosso su un cartone «Qui è morta la speranza dei siciliani onesti». C'erano i siciliani onesti, quella sera, e c'era la loro collera, e altrove - più lontano - c'era qualcuno che con calligrafia ordinata ricopiava quello che il giorno dopo avrebbe dovuto recitare a quei cinque milioni di siciliani. C'era anche lo Stato, quella sera, la sua esecrazione, la sua condanna, la sua fermezza. Ci fu un ministro che promise leggi, e i giudici promisero giustizia, processi, colpevoli. Quella sera, due anni fa.
Lo chiamarono "effetto Dalla Chiesa". Un miscuglio di sentimenti, di sensazioni, di paure. C'era dentro la rabbia, la nostra rabbia, ma anche il silenzio dei corrotti e lo sgomento delle istituzioni. Sembrò che in quell'intreccio di connivenze, di complicità, di violenza che era (che è) la mafia si fosse aperta - profonda, definitiva - una crepa. E che bastasse soltanto infilarci le mani dentro e divaricare, perché quella crepa diventasse voragine. Lo sdegno dei siciliani onesti fu lo sdegno della Nazione, la giustizia riprese a macinare mandati e sentenze, qualcuno assicurò che il lavoro del generale non sarebbe andato perduto, e si conobbero altre storie di cavalieri, altre mappe di appalti si disegnarono.
La tracotanza, l'antica tracotanza degli amici dei mafiosi e dei loro complici e dei loro padrini, persino la secolare impunità del potere in Sicilia, tutto ciò divenne solo imbarazzato silenzio. Rimasero, pochi ed isolati, alcuni capibastone disposti a trovare la forza di essere ancora e comunque arroganti («...Palermo è una città pulita, una città che non si fa chiacchierare addosso» spiegava Salvo Lima ai giornalisti il 10 settembre).
E furono leggi, nuove leggi. La più importante ebbe il nome di Pio La Torre. Nemmeno l'assassinio di La Torre era servito a farla approvare, prima; una settimana dopo la morte del generale, passò in Parlamento senza discussioni, quasi in punta di piedi. Era lo strumento giuridico che legittimava il definitivo salto di qualità nella lotta alla mafia: i magistrati sarebbero penetrati nei forzieri dell'impresa mafiosa ed avrebbero tolto ad essa denaro e dunque potere. Un cerchio si chiudeva infallibilmente attorno alle grandi Famiglie, ai loro interessi, ai loro padrini.
L'effetto Dalla Chiesa approdò anche nei corridoi dei palazzi di Giustizia. Andò sotto inchiesta la Procura della Repubblica di Catania, vecchie storie di certificati penali retrodatati o di inchieste insabbiate riaffiorarono sui banchi del Csm. E, come per incanto, tra l'avvio dell'inchiesta del Csm e la sua formalizzazione, antichi, arrugginiti meccanismi giudiziari si rimisero a funzionare, istruttorie seppellite come "atti relativi" vennero rispolverate, saltò fuori perfino un rapporto che la Guardia di Finanza aveva fatto arrivare al Procuratore di Catania molti mesi prima: una colossale truffa, un giro di fatture false per centinaia di miliardi.
«Mario Rendo più sessantatrè» era il nome dell'incartamento e dentro - insieme a Rendo - c'erano tutti: i catanesi (Costanzo, Graci, Finocchiaro e Parasiliti) ma anche i palermitani con in testa Arturo Cassina, vecchio patriarca dell'industria siciliana, amabilmente legato alle più potenti lobbies politiche dell'isola, titolare della Lesca, la società che per quindici anni ha avuto l'appalto - 30 miliardi l'anno - per la manutenzione delle strade di Palermo.
Per la prima volta emergeva nitidamente, in quell'inchiesta, una linea di collegamento fra tutti i grandi poli finanziari della Sicilia. Ed era una linea che passava attraverso canali equivoci, una fitta rete di piccoli subappaltatori in odor di mafia. Nelle comunicazioni giudiziarie si parlava di evasione fiscale e falso in bilancio, ma c'era anche un'incriminazione per associazione a delinquere.
Dalla Chiesa era stato molto esplicito, tre mesi prima: la strategia e gli interessi della mafia non erano più quelli di vent'anni prima, dietro i grandi delitti ormai esistevano grandi capitali. Il generale si era chiesto «...come avevano fatto i potenti imprenditori catanesi ad aggiudicarsi i più lucrosi appalti a Palermo o a Trapani, su quale rete di amicizie potevano contare, e che cosa erano stati costretti ad offrire in cambio».
Quando il generale aveva parlato, Rendo si era subito dichiarato stupefatto, e aveva spiegato che lui non aveva «mai partecipato ad appalti pubblici nell'area del palermitano» e che non aveva «alcuna intenzione di spostarsi dalla Sicilia Orientale». Ancor più categorico era stato Costanzo: alle mie imprese gli appalti palermitani non interessano, aveva detto, e non c'è nessun "patto di ferro" tra i Cavalieri di Catania per spartirsi gli appalti pubblici più lucrosi. E Dalla Chiesa, le sue indagini, le sue accuse? Il generale manca dalla Sicilia da troppo tempo, avevano spiegato i cavalieri; e poi è piemontese...
Poche settimane dopo, via Carini. Sei mesi dopo, l'incriminazione per associazione a delinquere, poi il mandato di cattura per Costanzo (un appalto truccato, il Palazzo dei congressi di Palermo...). E i Cavalieri erano stati condannati ad un imbarazzato silenzio.
Tutto questo - inchieste rispolverate, mandati di cattura, la voglia di fare giustizia, indignazione e collera, e nuove leggi, e i giudici che giudicavano, i cavalieri che smentivano, i latitanti che scappavano, e i centomila in piazza Politeama, e lo Stato che tornava fieramente, puntigliosamente a riaffermare se stesso anche in questo lontano pezzo di Sud - tutto questo accadeva poche settimane dopo la morte del generale.
Settembre 1984. Due anni, ma non è tempo di bilanci. Non ancora (o forse non più). Semplici constatazioni, semmai. La tensione morale che aveva fatto di quest'isola una palestra in cui ognuno potesse vivere un giorno da eroe, e potesse mostrare la propria collera, la determinazione, la voglia di ricostruire, di rifondare, di moralizzare, l'orgoglio di combattere, e di essere in centomila in piazza Politeama, l'effetto Dalla Chiesa, insomma: che cosa rimane? La Sicilia è tornata bruscamente ad essere un'isola, e lo Stato una metafora, ambigua e lontana. Nulla di casuale in tutto ciò, solo il frutto di una saggia controffensiva, di sapienti attese, di accorti silenzi, di abili alleanze.
In principio era stato solo un grido di sdegno: ci hanno criminalizzati, ci hanno ridotti ad un'equazione, siciliani uguale mafiosi, e invece... Ed invece, spiegarono molti, quest'isola è altro. Per esempio è bellezza, arte, storia, cultura, sacrificio, amore. E' l'intraprendenza dei nostri imprenditori, migliaia di posti di lavoro garantiti, un'economia realmente sana. E' la sagacia dei nostri politici, uomini vecchi e dunque saggi, sicuri, fidati. E i mafiosi? Sono pochi... E i conniventi, gli spalleggiatori, i padrini? Tutte balle, solo amicizia. E Dalla Chiesa? Tra la prefettura e villa Whitacker, quella sera di due anni fa, c'erano quaranta assassini che aspettavano il generale, quaranta uomini pagati per ucciderlo. Per che cosa? Il generale era piemontese, solo un piemontese cocciuto. E la Sicilia, invece, è altro...
Effetto Dalla Chiesa, due anni dopo. Qualcuno ci regala una statistica sulla legge La Torre. Trentacinque infallibili articoli con i quali faremo tremare la mafia, aveva promesso il ministro degli Interni: ed invece la statistica ci spiega che hanno confiscato più patrimoni in Liguria che in Sicilia, che ci sono più mafiosi nel Veneto che a Palermo o a Catania. Erano pronte tremila schede, aveva assicurato il ministro delle Finanze due anni fa, tutti i boss, i luogotenenti ed i gregari, tutti i patrimoni, i conti in banca, i terreni, tutto... Settembre 1984: i patrimoni confiscati appartengono quasi tutti a mafiosi di mezza tacca; il tribunale di Palermo ha restituito ai Greco di Ciaculli la maggior parte dei loro beni (ricchi possidenti di famiglia, si spiega nella motivazione...); due miliardi era il valore dei beni sequestrati alla famiglia Santapaola, ma sono stati restituiti tutti al legittimo proprietario; Bontade è un mafioso, sua moglie no, spiega il tribunale di Palermo, e quindi i beni intestati alla signora Bontade (terreni, immobili, conti in banca...) non si toccano.
Effetto Dalla Chiesa, due anni dopo, è la storia dell'ispettore Raimondo Mignosi, funzionario della Regione troppo onesto per le tradizioni siciliane. Insieme al presidente Piersanti Mattarella, Mignosi era riuscito a far invalidare un appalto da sei miliardi quasi certamente truccato. Poche settimane dopo, ad appalto sospeso, e con i sei miliardi congelati in attesa di nuovi destinatari, Mattarella era stato assassinato. E subito dopo la procedura dell'appalto era stata rimessa in moto: i miliardi, alla fine, erano stati assegnati. Una curiosa concatenazione di eventi, e Mignosi era andato a raccontare ogni cosa al Procuratore Generale di Palermo. Ricevendo soltanto un affettuoso consiglio: scrivere una lettera anonima da spedire alla Procura della Repubblica.
Una storia triste, di miliardi, di paura, e di morti. E Mignosi, un mese dopo la morte di Dalla Chiesa, l'aveva resa pubblica ed aveva spedito un dettagliato memoriale al Csm. Alcuni mesi fa dal Palazzo di Giustizia gli hanno fatto arrivare una comunicazione giudiziaria: l'ispettore Raimondo Mignosi adesso è accusato di rivelazione di segreto d'ufficio. Perché certe storie, in Sicilia, non si raccontano. Mai.
Effetto Dalla Chiesa, due anni dopo, sono anche i Cavalieri. La loro tracotanza, la vecchia certezza d'immunità finalmente riconquistata. Avevano minacciato di smontare le loro fabbriche pezzetto per pezzetto e di rimontarle altrove, lontani da generali piemontesi giornalisti ficcanaso e giudici persecutori: Le fabbriche sono rimaste e loro, i cavalieri, sono tornati alle vecchie abitudini. Due anni dopo - via Carini ormai lontana - sono tornati a Palermo. Ma anche a Trapani, ad Enna, a Caltanissetta, ad Agrigento, a Messina, ovunque ci sia un appalto, ovunque lo Stato - o la Cassa del Mezzogiorno, o la Regione - metta in palio un gruzzolo di miliardi.
Ma l'effetto Dalla Chiesa non è passato via invano. Ha insegnato qualcosa anche a loro: che la gente è importante, per esempio, che quei cinque milioni di maestri elementari, impiegati, puttane e dentisti sono tanti. E che è importante sapere cosa pensano, come giudicano; anche la giustizia, a volte, s'impone a furor di popolo. Ed ecco che anche loro, i Cavalieri, hanno capito che riabilitare la propria immagine è importante; ed è per questo che sono importanti anche quegli oscuri oggetti di desiderio e di baratto - derisi un tempo, ambitissimi oggi - che sono i giornali. Lo ha capito il cavalier Costanzo, perfettamente, e ha cominciato una sua lenta ma (fin qui) irresistibile scalata all'editoria siciliana. L'ha capito anche il cavaliere Rendo, che ha messo su insieme con altri assai rispettabili amici il più grande centro-stampa a sud di Napoli. Hanno capito che quando c'è da far dimenticare delle cose, quando occorre - come dicono i pubblicitari - rilanciare un'immagine anche la presidenza di una squadra di calcio può tornare utile. E anche questo, probabilmente, lo ha insegnato l'effetto Dalla Chiesa.
Effetto Dalla Chiesa, due anni dopo, al Palazzo di Giustizia di Catania. Manca ancora il Procuratore della Repubblica ed il Csm, otto mesi fa, ha mandato assolti Di Natale e Grassi: quindici voti a favore, quindici voti contro, e sono tornati a Palazzo. La Corte d'Appello manda assolti Santapaola e i suoi amici dall'accusa di associazione a delinquere. Chi dice che delinquevano?
Effetto Dalla Chiesa. La Dc si rinnova, e ha presentato Lima - capolista - alle europee. Ha una bella criniera di capelli bianchi, parla pacatamente, mastica bene ogni sillaba prima di regalarla agli altri. E sorride. La Commissione Antimafia ha cominciato ad occuparsi di lui ventidue anni fa, "ma è roba d'altri tempi" lasciano capire elegantemente gli amici. Roba d'altri tempi, oramai, anche via Carini, e gli anni di Dalla Chiesa, e il resto...
Francesco N., età dieci anni, residenza Zen, di appalti ha avuto quello della droga. Roba da poco, s'intende: una dozzina di dosi da far girare, attorno alle bancarelle la sera, fra i tossicodipendenti del quartiere. Alle dieci ripassa l'amico per i conti, il tempo di ritirare i soldi e di dare la roba per l'indomani. Cinquemila lire a settimana. Quando hanno preso Francesco, Palermo si è molto meravigliata. Dove andremo mai a finire, hanno detto intervistati dalla televisione i notabili palermitani. Sono cose indegne di un paese civile, hanno detto.
Otto anni fa, dai notabili palermitani, quelli dello Zen ci andarono in delegazione portando alcuni secchi di metallo che erano tutto ciò di cui il quartiere poteva disporre in fatto di fognature. Per meglio sottolineare il concetto i secchi glieli portarono, al palazzo dove c'erano i signori che comandano Palermo, tutti pieni di liquami vari. I signori arricciarono il naso. Vogliamo le fogne, dissero gli abitanti dello Zen. Non possiamo andare avanti così, dissero ancora quelli dello Zen. Certamente cari amici, dissero allora i signori, avrete le vostre fogne e adesso andatevene. E fecero spalancare le finestre. Queste cose succedevano otto anni fa, quando cioè ancora Francesco aveva due anni e molti degli attuali spacciatori dello Zen dovevano ancora nascere. Alcuni mesi dopo, un camion del comune montò alcuni tubi volanti, e li chiamarono "fogne". Roba da terzo mondo, dicono adesso i notabili palermitani quando pescano un bambino, allo Zen, a spacciare eroina per cinquemila la settimana. Che c'entra via Carini?
Oppure la storia di Antonia, Antonia che sta a porta Mazara ed ha più di ottant'anni. C'è un polverone giallo, puzzo di TNT dappertutto e un'autoambulanza rabberciata. I militari scavano fra le macerie, e da quello che resta del portone della casa vengono fuori due con l'elmetto e portano all'aperto la vecchia che non parla e non si muove. Niente da fare, fa uno dei soldati, e torna dentro. La gente, intorno, ha paura di passare, soltanto un capannello di bambini fra l'autoambulanza e i soldati. E non è Beirut. L'indice della criminalità diminuisce, dice l'onorevole al convegno. Solo alcuni attentati estorsivi quest'anno in provincia di Trapani. Questo in cui è morta Antonia è successo due giorni prima di Ferragosto a Marsala. Non ha avuto gran spazio sui telegiornali perché era una cosa "normale". Due anni dopo via Carini.
Conferenza-stampa a Palermo, a Palazzo di Città. Cos'è successo? E' caduto il sindaco. Chi l'ha fatto cadere? Gli stessi che l'avevano chiamato tre settimane fa. Che sta facendo il sindaco? Sta amaramente constatando il degrado a cui è purtroppo oramai giunta questa nostra amata città. Ci dice qualcosa, sindaco? Io non credevo che/ chiarezza nel mio partito/ appalti in corso/ esiste esiste eccome/ nobile popolazione aspettative della cittadinanza interessi oscuri/ pagato il prezzo di essermi rifiutato/ in maniera cristallina e senza scendere a compromessi.
Va in scena ogni tre mesi, con protagonisti differenti. Chi dice che in Sicilia non sappiamo scherzare? D'altronde, Pirandello era di qui. E via Carini è sempre più lontana.
Dopo due anni, qualcosa bisogna consegnare alla Storia. Le dichiarazioni del sindaco Martellucci, circolari interpretative della legge La Torre, gli articoli del "Giornale di Sicilia", la foto di Santapaola, il portiere di via Pipitone, gli appunti di Rendo sui magistrati, i morti nella pizzeria di Buscetta, Costanzo che cerca di comprarsi il Catania, la bustina di roba; qualche cosa, così per dare un'idea. Questi sono stati - scriveremo sulla targhetta per i posteri - gli anni Ottanta in Sicilia. Non date ascolto alle calunnie, scriveremo ancora ai figli dei nostri figli, la situazione non era poi così brutta come ve la dipingono adesso. Tutte le stragi venivano immancabilmente deplorate da almeno un discorso del ministro addetto. Non c'è stato cadavere che sia rimasto insepolto, nessun efferato omicidio che non abbia immediatamente destato nei responsabili dello Stato "un vivo senso di allarme". Siamo diventati il primo produttore mondiale di morti ammazzati e di droga ma non abbiamo mai mancato di commemorare degnamente i servitori dello Stato, a San Domenico o altrove. Via Carini? Ma sì, pure quella...
E ancora telegrammi, e manifesti sui muri e grandi mazzi di fiori. La Ferma Volontà dello Stato, le Istituzioni che non permetteranno... Ma oramai è troppo tardi, le parole non mascherano più niente. La memoria c'è ancora, ma è da qualche altra parte. La volontà e la speranza non hanno più maiuscole, in Sicilia. Si sono nascoste nelle strade, lavorano sottoterra. Scappano all'avvicinarsi del gruppo dei dignitari, guardano con preoccupazione le telecamere puntate. Tracciano i confini di una loro geografia di cui non si sa molto sulle carte ufficiali ma che ormai, due anni dopo, comincia a delineare qualcosa di solido, qualcosa che prima era sommerso - un continente o un'isola, e se c'è bisogno di un nome: una Sicilia.
Ci sono circa duecentottanta scuole, in questa Sicilia. Sono poche quelle in cui non si sia fatta un'assemblea, una manifestazione, un qualche cosa di concreto per cominciare a costruire ciò che distruggerà la mafia. Mentre le telecamere inquadravano i notabili palermitani e i giornali degli appaltatori additavano alla pubblica esecrazione le "buffonate contro la mafia", la Sicilia nascosta costruiva.
«A nome di un gruppo di siciliani che lavorano alle ferrovie di Milano: vorremmo indicazioni su eventuali iniziative capaci di legare...». Da Campobello di Mazara: «Siamo alcuni giovani che abbiamo fatto nel nostro comune un piccolo giornale locale, il primo numero è uscito in 60 copie...». La 3 F di una scuola media: «... che la gente scenda in piazza non solo nei momenti caldi, ma ogni giorno, affinché la mafia venga battuta con manifestazioni civili e con l'onestà della gente...». Un sedicenne di Trapani: «...convinto che cambiarla, questa società putrida, è ancora possibile...». Da Termini Imerese: «...Si comunica che il Consiglio d'Istituto, interpretando i sentimenti di solidarietà dell'intera comunità scolastica..». Un gruppo di giovani cattolici: «...quello che ognuno di noi può finalmente iniziare a fare: PARLARE!». Un quattordicenne: «...perché fino a che avremo un po' di forza dovremo combattere contro questo mondo stronzo». Da un paesino dei Nebrodi: «...ma noi intendiamo lottare anche contro il tipo di mafia che non è quella della lupara ma quella esercitata attraverso il potere politico nelle varie forme e nei vari modi...». Un emigrante: «...così da potere abbattere fnalmente questo muro di paura...». Due operai: «...chi offre un lavoro, specie nel catanese, spesso lo compra per sole lire 250.000...». Uno studente palermitano: «...stanchi di tollerare le farse che i notabili di Stato recitano ogni qual volta che si verificano le stragi...». Un altro emigrante: «...perché sento il bisogno di sentirmi più vicino alla mia Sicilia...». Un giovane palermitano: «...e per tutti quelli che da oggi non resteranno più a guardare ma che qualcosa anche piccola con impegno quotidiano faranno per impedire...». Una studentessa di Catania: «...La posta è grande, si parla della vita, ma comunque è un gioco che vale la pena di giocare fino in fondo...». Due catanesi: «...la sottoccupazione, l'enorme massa di giovani che si dibattono in un vortice che li avvolge e ne carpisce la sola cosa che gli rimane, la dignità...» Un ragazzo ed una ragazza di Palermo: «...l'inizio di un cambiamento di cui tutti dobbiamo, ognuno nel suo piccolo; essere artefici...». Un altro studente: «...e lottare, ognuno come può, per abbattere i soprusi e le sporche gesta di questi topi di fogna...». Da Noto: «...per contribuire ad infrangere il silenzio che ci circonda...». Una professoressa: «...accanto alle materie "tradizionali" che amiamo profondamente cerchiamo anche di affrontare i problemi del nostro tempo...». Quattro palermitani: «...ma forse bisogna correre questo rischio, forse è un nostro dovere preciso quello di chiamare col loro giusto nome i fatti...». Una ragazza di Palermo: «...la mia non è superbia, è voglia di esprimere un giudizio...». Un giovane di Agrigento: «...qualcosa di valido e duraturo perché la vita vale la pena di...». Una ragazza: «...un'infinità di donne e di uomini siciliani che credono in questa lotta...». Un vecchio: «...e in tempi diversi, dal 1946 in poi, ho fatto la stessa lotta...».
Ci pare già di vedere con quale sorriso d'indulgenza e con quanta sufficienza e ironia gli uomini della Sicilia "ufficiale" avranno letto, in questi pochi esempi, le voci che non sono le loro; come siano pronti a qualificare - nel migliore dei casi - di "ingenuità giovanile" tutto ciò che da quelle duecentottanta scuole e dai loro dintorni, in questi due anni, è faticosamente venuto fuori. Noi no. Per noi, per chiunque abbia osservato senza pregiudizi di folklore la storia degli anni Ottanta, si tratta invece della nuova classe dirigente e del nuovo senso comune della Sicilia: non degli ipotetici anni di un lontano futuro, ma proprio di quelli che stiamo vivendo adesso, della nostra generazione. Dei nostri anni.
Sono i risultati, alla fine, quelli che contano. E i risultati, a saperli vedere, sono sotto gli occhi di tutti. In realtà, non è la prima volta che c'è un "effetto Dalla Chiesa" in Sicilia. La mafia, vent'anni fa, è riuscita a chiudere il "dopo Ciaculli" in maniera rapida e totale; non è riuscita adesso, a più di due anni di distanza, a chiudere il dopo dalla Chiesa. Certo, ha potuto - ma anche qui non senza notevoli difficoltà, e mai compiutamente - farlo a livello di "grande politica", di notabilato locale, di economia siciliana; ma a livello di società - diversamente che allora - l'effetto dalla Chiesa è ancora pienamente presente, e tende anzi ad aumentare.
Sono passati i tempi, nelle grandi città siciliane, in cui le Famiglie riuscivano a fare i risultati di un'elezione. Ci vuole ben altro che una raccomandazione degli "amici", adesso, per fare riuscire un candidato; i Ferlito, gli Spatola, i Santapaola, i Marchese, saranno forse ancora buoni come assassini prezzolati, ma come agenti elettorali hanno fatto il loro tempo. A Palermo ormai da due anni in qua, a Catania dalle europee di quest'anno, la tendenza elettorale è ormai inequivocabile: i plebisciti d'un tempo si disfanno, notabilati indiscussi vengono rimessi in discussione; migliaia di preferenze in meno puniscono i candidati più chiacchierati, e ad ogni tornata elettorale il fenomeno si fa sempre più consistente.
E non è che la punta d'un iceberg. Più profondamente ancora che nei comportamenti elettorali, il cambiamento si riflette nei comportamenti sociali. Posti in cui l'ultima forma d'aggregazione sociale esistente - una camera del lavoro, una lega contadina - risaliva a vent'anni fa, si sono improvvisamente risvegliati ed hanno ricominciato a tornare al mondo. Qua è una sezione comunista, là una parrocchia di quartiere; o un'associazione "culturale", o il comitato d'una scuola; o un giornaletto al ciclostile, o un gruppo teatrale improvvisato, o un cinema "alternativo" - sono ben pochi, ormai, i paesi della Sicilia in cui non si sia tentato, in qualche modo, di "organizzare" qualcosa, in cui non si sia già aggregato, in una forma o nell'altra, un nucleo di resistenti. E' difficile pensare che tutto questo sia ancora, dopo più due anni, una moda occasionale, un fenomeno contingente.
Ed è a questa realtà che bisogna pensare quando ci si chiede come fanno le istituzioni in Sicilia a conseguire, nonostante tutto, dei successi. Come fa ad esistere - e addirittura, e sempre più spesso, a vincere - un Falcone, un Patané, un giudice antimafioso, in una terra in cui il più grosso politico di mezzo paese dichiara che la mafia non esiste e il più grosso politico dell'altro mezzo è sotto Commissione Antimafia da vent'anni? E' un luogo comune, profondamente sbagliato, che gli uomini che lottano contro la mafia, in Sicilia, siano soli: sono isolati dai vertici, ma hanno dietro un movimento di massa, ancora disorganizzato ed informe, ma ormai impossibile da sradicare.
Dopo due anni, alcuni siciliani si sono ritrovati in via Carini, perché nessuno possa dimenticare. Ma in fondo, non ce n'era bisogno. La memoria, e il cambiamento, ormai è nelle cose.

Claudio Fava
Riccardo Orioles