


da "I Siciliani", aprile 1984
Titolo a cinque colonne d'apertura, due righe in corpo 48; sotto, cinque colonne fitte di
piombo: «Ciampi all'Antimafia: in Sicilia ci sono troppi sportelli bancari». Il Giornale
di Sicilia apre così, la mattina del 26 ottobre, la pagina di notiziario. Sulla scrivania
dell'on. Mario D'Acquisto, a Palazzo dei Normanni, c'è anche un piccolo dossier in
fotocopia, venti pagine dense di numeri, di date, di percentuali e di annotazioni. E' la
«Memoria presentata dal Governatore della Banca d'Italia nell'audizione presso la
Commissione parlamentare sul fenomeno della mafia», precisa il frontespizio.
A pagina tre Ciampi spiega all'Antimafia che «... nel complesso la Sicilia presenta un
andamento nettamente differenziato rispetto a quello del resto del Paese
nell'articolazione della struttura delle aziende di credito... Una serie di sportelli
ipertrofica o scarsamente concorrenziale - è scritto a pag. 4 - contraddice il criterio
di economicità nell'efficienza a cui deve rispondere l'offerta di servizi bancari... Gran
parte delle aree - siamo a pag. 9 - è caratterizzata da un eccesso di sportelli, con
bassa produttività in termini di depositi e impieghi per addetto... La situazione della
Sicilia si discosta nettamente da quella del resto del Paese».
E' una dura requisitoria contro le distorsioni del sistema bancario siciliano, terreno
troppo fertile - negli ultimi vent'anni - per la creazione di nuovi istituti di credito e
l'apertura di centinaia di sportelli bancari. Ma la memoria del Governatore della Banca
d'Italia è più di una semplice, rigorosa analisi economica: l'ipertrofia del sistema
bancario in Sicilia - confermano i dati forniti da Ciampi all'Antimafia - è una
condizione patologica le cui cause vanno ricercate anche nel delicato meccanismo che lega
alcune banche siciliane all'impresa mafiosa. Ed è particolarmente significativo che
questa "patologia" non venga sottolineata da un magistrato o da un poliziotto ma
da un "tecnico" della caratura di Ciampi: un giudizio tanto più tagliente
quanto più lontano dal clima arroventato di alcune indagini giudiziarie e di talune
polemiche.
La reazione del Palazzo è immediata, scomposta, violenta. Mario D'Acquisto, oggi deputato
nazionale, già assessore regionale al bilancio nel primo e nel secondo governo Mattarella
e successivamente presidente della Regione per quasi tre anni, uno dei protagonisti del
"liberismo bancario" in Sicilia è il personaggio politico siciliano più
direttamente chiamato in causa. Convoca i giornalisti nel suo studio, sulla scrivania, in
evidenza, un grosso carpettone con su scritto "regione-banche": le sue cifre e
le sue ragioni: «L'autonomia siciliana va difesa. Eravamo in coda in quasi tutti i campi,
occorreva riguadagnare terreno più rapidamente degli altri, ecco i motivi di questo
incremento di sportelli bancari... E comunque non è serio sostenere che la Regione o le
banche siciliane alimentano la mafia: argomenti di questo genere non hanno diritto di
cittadinanza in una discussione seria».
Eppure si tratta di argomenti che da molti anni sono al centro del dibattito politico e
giudiziario in Sicilia. Quella di Ciampi non è certo una clamorosa rivelazione se è vero
che nella relazione di maggioranza della Commissione Parlamentare Antimafia, letta a
Montecitorio il 4 febbraio 1976 dal senatore democristiano Luigi Carraro, si dice, fra
l'altro, che «nei tempi recenti il sistema bancario (siciliano ndr.) è diventato lo
strumento di cui la mafia e in genere la delinquenza organizzata si sono servite per
riciclare il denaro proveniente dall'attività delittuosa».
Sono gli anni in cui Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, comincia ad
indagare sistematicamente nelle banche del palermitano e nei meccanismi di riciclaggio
delle narco-lire attraverso gli sportelli bancari. Giuliano viene assassinato nel 1979,
pochi mesi prima di Cesare Terranova, ex membro dell'Antimafia, capo dell'Ufficio
Istruzione di Palermo. Nelle banche siciliane volevano fare chiarezza anche il Procuratore
della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, il presidente della Regione Piersanti
Mattarella, il segretario regionale del Pci Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa. Uccisi, uno dopo l'altro.
E accanto a questo piccolo elenco di lapidi, le cifre. In trent'anni il numero di
sportelli bancari in Sicilia è aumentato di 628 unità (da 503 a 1131), con un incremento
in percentuale del 125%: il doppio dell'incremento registrato nello stesso periodo in
Italia (cinquemila sportelli in più rispetto al '52: l'aumento è stato solo del 64%).
Una proliferazione che non si può spiegare semplicemente con il fatto che negli ultimi
trent'anni l'economia siciliana ha riguadagnato terreno nei confronti del Paese: nello
stesso periodo in Campania - che ha un ruolo non certo meno trainante della Sicilia per
l'economia del Mezzogiorno - l'incremento di sportelli bancari è stato di gran lunga
inferiore a quello siciliano (circa il 91%. Ed ancora, in Sicilia oggi esiste uno
sportello bancario ogni 4.506 abitanti: un rapporto notevolmente falsato rispetto alle
cifre del resto del mezzogiorno, che dispone di uno sportello per più di ottomila
abitanti.
Ma le anomalie riguardano anche il numero complessivo di istituti di credito con sede
nell'Isola: se negli ultimi dieci anni in Italia il numero delle banche è sceso di 96
unità, in Sicilia nello stesso periodo gli istituti di credito sono aumentati del 21% E
si tratta quasi esclusivamente di banche regionali: alle banche nazionali in Sicilia è
rimasto solo il 6% degli sportelli. Uno squilibrio che è fotografato da un altro
incredibile dato: negli ultimi vent'anni gli sportelli delle banche locali sono aumentati
del 586% contro una media italiana dell'83%.
«Non è casuale questa esplosione di sportelli bancari e di piccoli istituti di credito
in Sicilia - commenta Enrico Ribaudo, responsabile della Fidac-Cgil siciliana - le piccole
banche, le banche minori sono quelle più facilmente controllabili dai gruppi di potere
mafiosi. Alla base di tutto, comunque, vi è stata la volontà del Governo autonomistico
di ampliare a dismisura il tessuto del sistema creditizio privilegiando in modo evidente
il nascere ed il diffondersi di un'imprenditoria bancaria di carattere privatistico che,
in sostanza, piuttosto che arrecare un vantaggio, ha provocato notevoli danni all'economia
della Sicilia. E siccome è da escludere che in questa regione vi sia tutta questa
vocazione all'imprenditoria bancaria privata, è evidente che il proliferare di sportelli
e di banche deve trovare altrove le sue ragioni...».
Ad esempio, in quei millecinquecento miliardi di profitto (e la cifra è approssimata per
difetto) che il traffico dell'eroina rende ogni anno - da almeno dieci anni - all'impresa
mafiosa. Sono cifre che si ricostruiscono facilmente se si pensa che il traffico di eroina
consente agevolmente guadagni fino a venti volte superiori agli investimenti e che (da
quando la mafia ha soppiantato i marsigliesi nella raffinazione della morfina base) nei
"laboratori" della Sicilia occidentale è stata prodotta ogni anno qualcosa come
cinquecento chili di eroina. E all'ingrosso un chilo di eroina oggi non vale meno di
200-300 mila dollari.
Migliaia di miliardi, dunque, che la holding mafiosa deve riciclare, ripulire,
reinvestire. Anzitutto c'è l'edilizia, uno dei santuari della mafia dal dopoguerra in
poi: e oggi edilizia, soltanto a Palermo, vuol dire soprattutto opere pubbliche, cioè
appalti per quattromila miliardi che ancora aspettano di essere banditi. «Ma la mafia,
almeno da un decennio, opera come mafia imprenditrice ed ha assimilato tecniche e
comportamenti propri della società industriale», spiega il sociologo calabrese Pino
Arlacchi. Ed ecco, infatti, che le banche diventano un anello determinante per l'economia
mafiosa: «Nel momento in cui si è profilata la necessità di riciclare e reinvestire i
miliardi ricavati con il traffico di eroina - continua Arlacchi - la mafia ha capito che
piazzare il denaro nelle banche svizzere non conveniva più: pericoloso esportare valuta,
bassissimi i tassi di interesse, troppo alto il prezzo da pagare ai mediatori per questo
tipo di operazioni. Era più semplice servirsi del sistema bancario locale. Ed in questo
senso le offerte del gruppo Calvi-Sindona giunsero al momento opportuno...».
Sindona probabilmente fu il primo ad intuire quali vantaggi sarebbe stato possibile
ricavare dal connubio mafia-banche e ad offrire i suoi sportelli all'impresa mafiosa (la
mafia vincente di quegli anni: i Bontade, gli Inzerillo, gli Spatola e gli italo-americani
Gambino) per riciclare le loro narco-lire. E che queste Famiglie avessero un grosso debito
di riconoscenza nei confronti del banchiere di Patti fu chiaro quando Michele Sindona -
dopo il fallimento della Franklin Bank in Usa - mise in piedi il finto rapimento ed
organizzò la propria fuga in Sicilia sotto la benevola protezione, appunto, di John
Gambino, degli Inzerillo e di Rosario Spatola.
Ma Sindona forse fu il primo. Certamente non fu il solo. Sono gli anni in cui lo stesso
Spatola utilizza la Cassa di Risparmio (con la complicità di alcuni funzionari) per
riciclare due miliardi di denaro sporco che gli ha dato il cugino Totuccio Inzerillo. Sono
gli anni in cui nelle banche di Trapani si convertono più dollari in lire che a Milano e
Genova messe insieme (e tutto all'insaputa dell'Ufficio Cambi). Sono gli anni, infine, in
cui si fa più massiccia la concentrazione di sportelli bancari nelle provincie
storicamente più legate alla mafia: Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta.
«Non si può meccanicamente ipotizzare che tutte queste banche siano filiazione o
promanazione di attività o di gruppi mafiosi - spiega Ribaudo - è un dato certo, però,
che in queste quattro provincie il numero delle banche e degli sportelli, se ragguagliato
al reddito prodotto ed alla popolazione residente, è assai squilibrato rispetto ad altre
provincie della stessa regione siciliana. A Trapani, per esempio, di fronte a 1.560
miliardi di depositi, operano 23 banche e 128 sportelli. Siracusa, che ha un reddito pro
capite molto più elevato, ha molte meno banche e molti meno sportelli».
Non è casuale, in questo senso, che le prime banche a cadere nel mirino dei magistrati,
dopo l'entrata in vigore della legge La Torre, si trovino quasi tutte nelle provincie
della Sicilia occidentale. Uno dei primi istituti di credito passati al setaccio delle
Fiamme Gialle è stato la Banca Industriale di Trapani, una SpA con sedici sportelli
disseminati in tre provincie. Presidente del consiglio di amministrazione è Giuseppe
Ruggirello, un ex muratore arricchitosi con alcune fortunate speculazioni edilizie e
raggiunto recentemente da un mandato di cattura per fatti che si riferiscono al
"sacco del Belice"; a dare ossigeno alla banca, una delle più
"intraprendenti" del trapanese, è arrivata - pochi mesi prima che scattasse
l'indagine della Finanza - la famiglia Cassina (una delle più ricche famiglie
palermitane, amici degli Spatola e grandi elettori democristiani legati alla lobby
Ruffini-Lima-Ciancimino) che ha piazzato Giulio e Duilio Cassina nel consiglio di
amministrazione dell'istituto di crediti trapanese.
Ma nel rapporto della Guardia di Finanza si sottolinea un'altra strana coincidenza sulla
quale sta riflettendo la magistratura. Quattro anni fa la Banca Industriale ha aperto, a
sua volta, un altro istituto di credito: con atto notarile n.61992 il 20 gennaio 1980 è
nata a Guarrato, una frazione di Trapani, la Cassa Rurale ed Artigiana San Paolo, una
società cooperativa a r.l. che l'allora assessore al bilancio Mario D'Acquisto aveva
autorizzato, due mesi prima, all'esercizio del credito bancario. Che la Cassa San Paolo
sia una emanazione della Banca Industriale è evidente se si va a dare un'occhiata ai
soci: nella cooperativa San Paolo, ad esempio, c'è una parente stretta di Giuseppe
Ruggirello, Bice Ruggirello, componente anche del consiglio di amministrazione della Banca
Industriale. Per la cronaca, in due anni la Cassa San Paolo è riuscita a moltiplicare i
propri depositi del 483%, passando dai 444 milioni del 1980 ai 2.145 milioni del 1982.
L'elenco delle banche sospette si è andato rapidamente allungando, nel corso di questi
mesi, ed è significativo che - in questo elenco - la presenza più massiccia sia
costituita dalle Casse rurali ed artigiane. Di legami con la mafia è stato accusato, per
esempio, Salvatore Lo Nigro, presidente della Cassa Rurale ed Artigiana di Altofonte (un
incremento dell'utile netto, dal 1978 al 1982, pari al 1306%!): gli è toccato il
soggiorno obbligato ed ha perso la poltrona di presidente pur rimanendo nel consiglio di
amministrazione della banca. A Monreale, invece, la locale Cassa Rurale ed Artigiana (14
miliardi di depositi fiduciari nel 1982, un incremento dell'utile netto - negli ultimi
cinque anni - pari al 621%) veniva utilizzata dalla famiglia Spatola per
"ripulire" centinaia di milioni: lo ha scoperto il giudice istruttore
palermitano Giovanni Falcone ripercorrendo a ritroso, con estrema pazienza, il cammino di
alcuni assegni emessi da questa banca. Sotto inchiesta anche il Banco di Credito di
Canicattì, 22 sportelli sparsi in tutte le provincie siciliane (tranne Trapani e
Siracusa), una delle più importanti banche siciliane, 225.ma nelle graduatorie delle
banche italiane, un incremento del 300% nei depositi e nei c/c ricevuti dal '77 all'82. E'
in corso una trattativa per l'acquisto dell'istituto da parte della Banca del Sud di
Messina (banca controllata a sua volta, per quote eguali, dal Banco di Sicilia e
dall'Istituto San Paolo di Torino).
«Ma i fenomeni più patologici - spiega in un documento la segreteria della Cgil-bancari
- sono quelli delle industrie-banche: istituti di credito che prosperano con incredibile
rapidità, pochi anni dopo essere stati creati, in una regione apparentemente povera».
Ne costituisce un esempio la Banca Popolare S. Angelo di Licata, una cooperativa a r.l.
che in poco tempo ha saputo moltiplicare sportelli (oggi è presente con venti agenzie in
quattro provincie siciliane ed ha uno sportello perfino a Lampedusa) e depositi: 260
miliardi di mezzi amministrati nel 1982 con un incremento del 31,36% rispetto all'anno
precedente, 47 miliardi di depositi in c/c, 250 dipendenti. L'esempio più calzante di
quest'industria-banca siciliana resta comunque la Banca Agricola Etnea, l'istituto di
credito catanese che appartiene al cavaliere del lavoro Gaetano Graci, uno dei quattro
cavalieri - gli altri sono Mario Rendo, Carmelo Costanzo e Francesco Finocchiaro -
imputati di associazione a delinquere nell'inchiesta sulle fatture false.
«La crescita della Banca Agricola Etnea - e ancora la Cgil-bancari - ha veramente
caratteristiche eccezionali. Da un unico sportello aperto nel 1970 a Raddusa, un paesino
in provincia di Catania, la banca è arrivata oggi a raccogliere più di duecento miliardi
l'anno di depositi». 218 miliardi e 770 milioni, per l'esattezza, nel 1982 con un
incremento, rispetto al 1978, del 291%. Oggi la Bae dispone di 18 sportelli sparsi fra le
provincie di Catania, Messina ed Enna, ha quattro agenzie stagionali a Panarea, Stromboli,
Vulcano e Salina ed è al terzo posto nella graduatoria degli istituti di credito
siciliani alle spalle della Banca Sicula di Trapani (che appartiene alla famiglia D'Alì)
ed alla Banca del Sud di Messina.
Nel dossier "mafia-banche" a cui da diversi anni sta lavorando Giovanni Falcone,
un ampio capitolo è dedicato proprio alla Bae. Dal 27 aprile al 23 luglio 1982 gli
ispettori della Banca d'Italia addetti alla "Vigilanza" hanno compiuto una
minuziosa verifica dell'attività svolta dall'istituto di credito catanese nei tre anni
precedenti; e la verifica ha portato alla luce una serie di operazioni che «...per le
loro modalità di svolgimento - si spiega nelle conclusioni degli ispettori - possono
essere state effettuate per eludere consapevolmente la normativa prevista dall'art.13 del
decreto legge n. 625 del 1979». Si tratta del decreto contro il terrorismo e la
criminalità organizzata: e l'art. 13 impone alle banche di identificare tutti i clienti
che facciano depositi o prelievi superiori ai venti milioni. Un obbligo - si spiega nel
rapporto della Banca d'Italia (che è stato acquisito agli atti dell'inchiesta di Falcone
il 16 febbraio dello scorso anno) - che spesso è stato trascurato dai funzionari della
Banca Agricola Etnea.
Uomini fidati del cavaliere tutti i componenti del consiglio di amministrazione della Bae
(di cui fa parte lo stesso Graci); il presidente è Placido Filippo Aiello, genero di
Graci, altro consigliere di amministrazione è l'avv. Salvatore Tirrò; anche Tirrò ed
Aiello sono stati inquisiti dalla Procura di Catania nell'inchiesta sulle fatture false:
entrambi, infatti, sono amministratori di altre due aziende del gruppo Graci coinvolte
nello scandalo, l'Ira (Imprese riunite associate) e il Cilp (Consorzio di imprese per
lavori pubblici).
Per imprenditori come Graci, o come i D'Alì e i Cassina, poter disporre di un istituto di
credito ha anche una particolare - ed immediata - utilità. Si pensi agli appalti per
decine di miliardi che questi gruppi si sono aggiudicati negli ultimi anni per la
realizzazione di opere pubbliche, ed alla certezza di poter fare fronte comunque agli
impegni assunti sapendo di poter contare su una banca - la propria banca - e dunque su una
disponibilità immediata di denaro liquido per qualsiasi somma. Una copertura certo
infinitamente più redditizia del dover ricorrere ad altre banche per ottenere prestiti o
mutui al tasso di interesse corrente.
Se l'ipertrofia del sistema bancario siciliano ha una sua precisa ragione d'essere
nell'uso che di queste banche fanno i grossi trust economici siciliani e nel fitto
intreccio che esiste fra alcuni sportelli bancari e l'impresa mafiosa, l'economia
siciliana sta pagando in modo traumatico le conseguenze di questa crescita abnorme.
«Una rete di sportelli ipertrofica o scarsamente concorrenziale contraddice il criterio
di economicità nell'efficienza a cui deve rispondere l'offerta dei servizi bancari -
sottolinea Ciampi nella Memoria presentata all'Antimafia - gran parte delle aree della
Sicilia è caratterizzata da un eccesso di sportelli, con bassa produttività in termini
di depositi e di impieghi per addetto... In nove grandi centri, su un totale di quindici,
si riscontra una saturazione di sportelli».
Anche in questo caso, come suggerisce l'analisi del Governatore della Banca d'Italia, sono
le cifre ad offrire, al di là di qualsiasi commento, una fedele radiografia della
realtà. Nel 1952 il reddito lordo per sportello era quasi uguale in Sicilia ed in Italia
(900 milioni contro un miliardo). A distanza di trent'anni la scarsa redditività delle
banche siciliane ha assunto proporzioni macroscopiche: in Sicilia oggi il reddito lordo
per sportello è di appena 23 miliardi contro i 38 miliardi della media nazionale. A
questo si aggiunga che la proliferazione di sportelli ha creato una situazione di
inevitabile concorrenzialità ed ha contribuito ad aumentare notevolmente i costi di
gestione delle aziende bancarie.
«Sono dati che dimostrano come in questa regione - aggiunge Ribaudo - con una presenza di
sportelli e di aziende nettamente al di sopra delle esigenze effettive della nostra
economia, il sistema creditizio gioca un ruolo frenante piuttosto che propulsivo...». E
questo ruolo frenante è perfettamente fotografato dalla differenza fra i tassi attivi e
passivi d'interesse: per le banche siciliane; questa differenza sfiora i dieci punti
(24,6% i tassi passivi, 14,8% quelli attivi) mentre la media nazionale è di poco
superiore ai cinque punti. In altre parole, gli interessi che vengono corrisposti dalle
banche siciliane sui depositi sono notevolmente inferiori rispetto a quelli pagati dalle
altre banche italiane; e viceversa, gli interessi passivi da pagare alle banche su
prestiti, mutui o fidi sono di gran lunga superiori in Sicilia (oggi sfiorano il 25%
mentre nel resto del Paese difficilmente superano il 21%).
In questo modo la scarsa redditività delle banche siciliane diventa una pesante tangente
- migliaia di miliardi l'anno - che l'economia siciliana è costretta a pagare al proprio
sistema creditizio. E così, se da un lato il potere economico-politico dei grandi gruppi
imprenditoriali siciliani continua a crescere, parallelamente perdono
"posizioni" i risparmiatori, le piccole aziende, le cooperative agricole ed
artigianali, tutti i soggetti che sono costretti a pagare l'aumento del costo del denaro
imposto dalle banche siciliane.
«Purtroppo lo sviluppo abnorme del sistema creditizio siciliano - sostengono alla
Cgil-bancari - è stato voluto nella logica di creare strumenti di potere che consentano
di aggregare forze sociali, di canalizzare consensi, di soddisfare le clientele
elettorali... Basta dare un'occhiata ai metodi seguiti nel reclutamento del personale:
chiamate nominative, fatte dagli stessi proprietari. Un vero e proprio
"padrinaggio" che torna utile in diverse occasioni perché crea devozione e
riconoscenza... La logica, per intenderci, del non vedo, non sento, non parlo. E' una
realtà che verifichiamo quotidianamente sul versante sindacale; la nostra penetrazione
nelle piccole e medie banche è praticamente impossibile».
«L'equivoco di fondo è sul ruolo del banchiere in Sicilia - aggiunge Ribaudo - un ruolo
che viene concepito essenzialmente in funzione della realizzazione di cospicui utili e di
massimizzazione del profitto, senza altra preoccupazione che non sia quella di ben
figurare nella graduatoria delle banche italiane».
Il denaro non ha odore, insomma. Ed è quanto spiegava qualche settimana fa un alto
funzionario del Banco di Sicilia, nel corso di un dibattito televisivo di fronte a cinque
o sei milioni di telespettatori. Ma scusi, aveva cercato di capire l'intervistatore,
com'è che la vostra banca ha fatto un prestito nell'ordine dei miliardi alla famiglia
Greco? Cioè ai Greco di Ciaculli, gli assassini del generale Dalla Chiesa e del giudice
Rocco Chinnici, mafiosi da più di due generazioni? Certamente una svista...
«Ma quale svista! Che ne sappiamo noi, chi sono i Greco e che cosa hanno fatto?- poi, con
un tono più accomodante, un piccolo sorriso di circostanza dipinto sulla bocca, gli occhi
piccoli e mansueti, il funzionario del Banco ha spiegato la sua morale - per noi sono
tutti clienti, anche i Greco: controlliamo la loro solvibilità, le garanzie che ci
offrono... E siccome queste garanzie i Greco ce le offrivano, quel prestito perché non
dovevamo concederglielo?». Già, perché? Il denaro, tanto, non puzza.
Claudio Fava
Miki Gambino