


da "I Siciliani nuovi", febbraio 1994
Prima avevano comprato le nuove sedi: a Catania un palazzo di tre piani e a Palermo un
locale di settecento metri quadri. Poi avevano addirittura installato il Beta, un moderno
e costoso sistema di diffusione delle immagini. Avevano pensato a tutto, insomma, negli
uffici dei Rendo, per fare in modo che Telecolor-Videotre diventasse la prima emittente
siciliana. Poi, all'improvviso, s'è scoperto che c'era crisi: e quaranta dipendenti si
sono trovati da un giorno all'altro a un passo dal licenziamento. Un cambio di rotta
improvviso, inspiegabile. Che non può essere letto, semplicemente, come la crisi di un
azienda, la spiacevole conseguenza del dissolversi dell'impero dei Rendo, dopo le notti
passate in galera e le prime sentenze di condanna. Che arriva nel momento in cui - mentre
i giornali perdono lettori e pubblicità - proprio le televisioni sembrano diventate il
nuovo business. Un cambio di rotta che forse è solo uno dei tanti tasselli, dei tanti
fatti, a volte strani e a volte contraddittori, che sembrano comporre, nel panorama
dell'informazione siciliana, un unico disegno: con i vecchi padroni dell'inchiostro che
stanno puntando, verosimilmente, a diventare anche i padroni incontrastati dell'etere.
Partiamo, per esempio, da Mario Ciancio: editore, direttore e padrone assoluto del
giornale "La Sicilia". Ad ottobre dell'anno scorso, l'editore annuncia ai
redattori del suo quotidiano che la crisi è diventata insostenibile, che è il momento di
tirare la cinghia, che è finito il tempo dei lussi e dei privilegi. Ha gioco facile
Ciancio: le cifre gli danno ragione, e gli consentono di togliere settecentomila lire al
mese dallo stipendio dei suoi redattori. Ma la crisi, nel palazzo di viale Odorico da
Pordenone, riesce a salire solo due piani. Al terzo ci sono gli studi di Antenna Sicilia e
Teletna, le due emittenti di punta dell'editore. E bastano venti scalini per fare cambiare
l'aria: lassù niente tagli in vista, nessun sacrificio, anzi: tutto fa pensare ad un
florido periodo di espansione. Sta per essere rinnovata la struttura tecnica, alla fine di
gennaio è iniziato un nuovo talk show condotto da Pino Caruso e pensato come un ponte tra
Catania e Palermo. Un segno fin troppo chiaro, insomma, che Teletna punta a diventare una
tv regionale.
Due piani, due facce dello stesso editore. Il Ciancio che piange miseria e batte cassa per
il suo quotidiano; e il Ciancio che diventa un dinamico imprenditore in ogni parte della
Sicilia, pronto a comprare e a mettere capitali. Nelle televisioni. E' stato proprio
Ciancio a cercare per telefono, a Trapani, Beppe Bologna, il proprietario di Telescirocco,
la quinta emittente dell'isola e una delle più importanti della Sicilia occidentale. Si
sa che Ciancio è interessato all'acquisto dell'emittente, che Bologna ha fatto un prezzo
troppo alto, e che i due non si sono ancora messi d'accordo. Si conosce anche la storia di
Telescirocco, una storia in qualche modo simile a quella di Telecolor. Un paio di anni fa
l'emittente trapanese aveva comprato una sede nuova a Palermo, trasferendo nel capoluogo
la direzione della testata. Poi, improvvisamente, tre mesi fa, l'imprevisto e repentino
dietrofront: Bologna riunisce i redattori e annuncia inevitabili ridimensionamenti. Alla
fine a Palermo rimane un solo giornalista, e la televisione si ritira mestamente a
Trapani. Anche qui, come a Telecolor, si tratta, in apparenza, della storia ordinaria di
una crisi aziendale.
Due vicende che scorrono in parallelo; segnate anche da singolari coincidenze, perfino
nelle date. Due destini identici anche nelle contraddizioni. Beppe Bologna lamenta la
crisi, eppure riesce a rilevare la proprietà del periodico trapanese "Monitor".
A Telecolor quattordici ragazzi - entrati con contratti di formazione - vengono
regolarmente assunti all'inizio di quest'anno, dieci giorni prima che la proprietà avvii
le procedure di mobilità per quaranta persone (per la cronaca, dai primi di febbraio
tutti i dipendenti di Telecolor hanno ottenuto un contratto di solidarietà). Al momento,
l'unico risultato della crisi è la riduzione della presenza dell'emittente a Palermo.
Proprio come per Telescirocco, che Ciancio, a quanto pare, intende ancora acquistare.
Immaginiamo, dunque, una partita di risiko. Ciancio vuole mettere i suoi carrarmati un po'
dovunque; il suo probabile obiettivo è la conquista di Palermo. Un obiettivo che nei
fatti si è già realizzato pacificamente, senza troppe difficoltà. Della smobilitazione
di Telescirocco e Telecolor si è già detto; d'altra parte il patto di ferro tra
l'editore catanese e la sua fotocopia palermitana, quell'Antonio Ardizzone che è padrone
e direttore del Giornale di Sicilia, oggi si è fatto ancora più saldo. Già da un paio
d'anni Teletna scambia i propri servizi con Tgs, la televisione di Ardizzone, e i due
editori, insieme, sono proprietari di Retesicilia. Da gennaio, intanto, nella raccolta
pubblicitaria per il Giornale di Sicilia la Publikompass è subentrata alla Spe; e
quest'ultima ha ceduto la sua parte di azioni di Tgs. Secondo i beneinformati, le quote
sarebbero finite proprio nelle mani di Ciancio.
Lo stesso Ciancio, che possiede anche Telecatania e una quota consistente di Rtp (la
principale emittente messinese) sarebbe ancora, secondo il mensile "Prima
comunicazione", interessato all'acquisto di Telejonica, una tv catanese di proprietà
del gruppo Costanzo, che negli ultimi tempi ha potenziato strutture e redazione.
A dieci anni di distanza, è una storia che si ripete. Nell'81 Mario Ciancio si era messo
in testa di diventare il primo editore in Sicilia e aveva comprato l'otto per cento delle
azioni del Giornale di Sicilia. Altrettante, nello stesso periodo, ne avevano comprate i
Costanzo, di cui l'editore de "La Sicilia", notoriamente, è buon amico; anche
se - a suo dire - quell'acquisto contemporaneo sarebbe stato solo una coincidenza. Nell'84
Ciancio tenta anche la scalata alla Gazzetta del Sud, acquistando il quindici per cento
delle azioni della Editrice siciliana, proprietaria della testata. L'operazione non riesce
e dopo un aspro scontro con Uberto Bonino - il fondatore della Gazzetta, scomparso nell'88
- si arriva perfino in tribunale. Riesce invece l'accordo con il gruppo Caracciolo:
Ciancio, mettendo a disposizione le sue macchine per la stampa di "Repubblica",
ottiene in cambio che il giornale di Scalfari non apra nessuna redazione in Sicilia. Un
accordo decennale che, adesso, sta per scadere. Ma che potrebbe essere rinnovato: Ciancio
sta potenziando il suo centro stampa, ed ha acquistato una nuova rotativa che consentirà
al quotidiano romano di stampare anche a colori.
Garantita l'assenza di giornali nazionali i tre maggiori quotidiani si sono così divisi,
indisturbati, l'intero mercato siciliano. Alla fine degli anni Ottanta hanno pure deciso
di uscire dalle loro roccaforti e aprire nuove redazioni locali. Ma tutti d'accordo a non
pestarsi i piedi: le nuove pagine locali servivano sostanzialmente a rastrellare
pubblicità, e la concorrenza è rimasta solo una verità di facciata. Adesso, però, i
giornali continuano a perdere lettori e pubblicità, e in un paio d'anni, per attirare gli
inserzionisti, hanno dovuto dimezzare il costo di una pagina pubblicitaria. La vicenda de
"La Sicilia", a questo punto, potrebbe fare scuola. Il primo passo è stato il
taglio degli stipendi; il successivo - secondo voci più volte sussurrate, e altrettante
smentite - potrebbe essere proprio il ritiro di ciascuno dei giornali nelle proprie zone
d'origine, e la chiusura delle redazioni esterne.
E allora, mentre cercano di resistere nella carta stampata, gli editori decidono di
puntare tutto sulle televisioni. E cercano di farlo al più presto, prima che qualcuno
possa controllarli. Il Comitato regionale per il servizio radiotelevisivo - l'organismo
previsto dalla Regione per vigilare sulle frequenze televisive - dovrebbe esserci da più
di un anno, ma non è stato ancora costituito. Le graduatorie per la nomina degli undici
componenti sono state aperte una prima volta, poi definite, quindi riaperte ancora. Si
aspetta.
I padroni dell'inchiostro, loro, no: non aspettano. L'occupazione dell'etere procede, come
si dice, a tappe forzate. Un'altra società di Ciancio, la "Sicilia iniziative
speciali srl" - che ha un capitale di soli venti milioni: il minimo consentito - è
arrivata a possedere addirittura otto frequenze. Troppe perfino per la legge Mammì, tanto
che un paio le ha dovute cedere a due società; facenti capo entrambe al gruppo Fininvest
di Silvio Berlusconi.
E adesso, gentili telespettatori, trasmettiamo in diretta le nostre scuse al signor
Ercolano. Erroneamente il signor Ercolano, dai Tg di ieri, è stato da noi indicato come
boss mafioso. Trattasi invece - come egli stesso ci ha spiegato in una cortese visita in
redazione - di un libero cittadino che esercita un'attività imprenditoriale». Ovviamente
quest'annuncio non è mai stato trasmesso da alcuna televisione siciliana: è pura e
semplice fantascienza. Quello che, invece, è accaduto in realtà (o quantomeno è
accaduto secondo i magistrati catanesi, che ne riferiscono nella recente ordinanza
"Orsa Maggiore") è «che Ercolano Giuseppe, cognato di Nitto Santapaola e padre
di Aldo, abbia "richiesto" al direttore di un giornale locale di contestare, in
sua presenza, ad una giornalista dello stesso giornale il contenuto di un articolo
pubblicato qualche giorno prima. Orbene, in presenza dell'Ercolano, il direttore del
giornale contestava alla giornalista il tono non "imparziale" del suo articolo
ed invitava la medesima, per il futuro, a non attribuire l'appellativo di "boss
mafioso" all'Ercolano e agli altri componenti della sua famiglia, anche se tali
affermazioni provenissero da fonti della Polizia o dei Carabinieri». Quel direttore
locale di cui parlano i magistrati era Ciancio che, dalle pagine del suo giornale, ha in
effetti precisato diversi particolari dell'incontro; ha smentito tutto quel che c'era da
smentire, tranne il fatto che la visita c'è stata, e che lui ha tranquillamente ricevuto
un tizio che, due giorni prima, i suoi cronisti avevano descritto come boss mafioso.
E anche questi, in Sicilia, sono i padroni dell'inchiostro.
Vincenzo Adornetto
Riccardo Bruno