


da "I Siciliani nuovi", gennaio 1995
A ogni fine d'anno il senatore Uberto Bonino - editore della Gazzetta del Sud di Messina -
convocava redattori e tipografi, redarguiva benevolmente chi c'era da redarguire, lodava
paternamente chi c'era da lodare, faceva un paio di battute a cui tutti ridevano
fragorosamente, e infine dava il via al cenone. Prima o dopo la cena il senatore
distribuiva i doni per il personale, consistenti per solito in un abito nuovo.
Padre-padrone, insomma. «Alla Gazzetta comando io».
Tutto questo per dire che quando Mario Ciancio, l'editore de "La Sicilia" di
Catania, decise di scalare la "Gazzetta" non si trovò di fronte esattamente un
agnellino. C'era una vecchia quota azionaria di minoranza, di un industriale del nord poi
costretto a vendere, ed era quella su cui aveva messo gli occhi il catanese: ma appena
Ciancio ebbe fra le mani il pacchetto d'azioni, Bonino gli scatenò addosso una batteria
d'avvocati con storie di prelazioni, d'acquisto non regolare, di violazione di tutte le
leggi umane e civili. Il povero Ciancio se ne dovette tornare a Catania con la coda fra le
gambe, e il fatto fu materia d'aneddoti a tutti i cenoni successivi.
Il vecchio Bonino era inoltre - ma questo forse l'avrete già intuito da soli - un tipo
vendicativo, molto vendicativo. Convocò il suo amministratore, Morgante, e gli comandò
di aprire immediatamente un paio di redazioni locali in territorio ciancesco, a Siracusa e
Ragusa. E non solo. Appena possibile, anche nella capitale nemica, a Catania. Detto,
fatto. Morgante parte, e nel giro di qualche mese la "Gazzetta" apre a Ragusa,
apre a Siracusa e apre pure a Catania. A Catania, in particolare, tira su un paio di
cronisti battaglieri e si concede il lusso di pubblicare, ogni tanto, qualche storia di
quelle che agli amici di Ciancio piacciono poco.
Questa storia succedeva un quintale d'anni fa, e fa ormai parte delle leggende che i
vecchi giornalisti raccontano la sera attorno al fuoco. La Sicilia giornalistica, a quei
tempi, era rigorosamente divisa in tre: Palermo, col "Giornale di Sicilia" di
Ardizzone, alleato tradizionale dei cugini Salvo e di Lima; Catania, con la
"Sicilia" di Ciancio e l'amicizia di ferro dei Quattro Cavalieri (Costanzo in
particolar modo); Messina, con l'inespugnabile (e per il resto altrettanto governativa)
"Gazzetta" di Bonino. Ogni giornale, una diversa azienda pubblicitaria. Fra
Palermo e Catania, confini diffusionali rigidi e buone relazioni. Fra Catania e Messina,
frontiera mobile e guerra.
Poi Bonino morì. Il giornale rimase in mano a una Fondazione istituita dal vecchio per
garantire la successione, e di fatto all'ex-braccio destro dell'editore, l'amministratore
Giovanni Morgante. Per un paio d'anni la guerra continuò. Poi le truppe messinesi
cominciarono a venir ritirate a poco a poco. Scarso sostegno alle redazioni in territorio
nemico, vita di guarnigione al posto dell'«Avanti Savoia!». Insomma, il vecchio Bonino
non c'era più. Anche i lettori dei tempi di Bonino cominciavano a non esser più gli
stessi. E non solo a Messina, non solo per la "Gazzetta".
A partire dagli anni Novanta, infatti, tutt'e tre i quotidiani siciliani cominciano a
perdere colpi. Meno pubblicità, meno lettori. Meno soldi e - relativamente- meno potere.
I Salvo, i Lima, i Ciancimino, i Costanzo, i Graci, sono in galera, o sottoterra, o
assediati dai magistrati. Ancora una generazione prima, l'editore del "Giornale di
Sicilia" poteva tranquillamente far parte della stessa loggia massonica - in via
Roma, a Palermo - di vecchi panciuti boss di Cosa Nostra, e nessuno ci trovava nulla a
ridire. Meno di dieci anni prima, a Catania, fuori del cancello del cavaliere Rendo c'era
un semaforo che bloccava il traffico nella strada quando l'automobile del Cavaliere
passava. Gli Ardizzone di Palermo hanno vissuto la crisi arroccati su se stessi,
impauriti, preoccupati soprattutto di pregare iddio di arrivare a fargli pagare la
rotativa nuova comprata in attesa dei contributi pubblici che adesso chissà quando
sarebbero arrivati. A Messina, i successori di Bonino non erano certo uomini di guerra:
uno dopo l'altro, si schierarono dalla parte dell'ex-nemico.
A Catania, Ciancio riuscì invece a usare la crisi non diciamo per rafforzare il suo
giornale, perché questo era impossibile, ma per tirare avanti alla men peggio in casa
propria approfittandone intanto per guadagnar terreno in casa d'altri: a Palermo, con
accordi (televisioni, ma anche pacchetti azionari editoriali) con i superstiti di Casa
Ardizzone; a Messina, mettendo al sicuro l'agognato pezzetto di proprietà della
"Gazzetta" e mandando avanti, un giorno dopo l'altro, uomini sicuri
nell'ex-fortezza di Bonino. Un occhio agli ex-democristiani, un occhio a Berlusconi -
senza dimenticare i possibili nuovi vincenti di Alleanza Nazionale - e sempre tenendo
fermo il patto dei tempi d'oro,quello - fondamentale - coi Quattro Cavalieri. Infine, il
colpo gobbo: l'accordo pubblicitario con Pubblikompass che adesso verrà rapidamente
esteso sotto l'egida di Ciancio (dicono a Torino) su tutto il resto della carta stampata
in Sicilia.
Passò il regno di Andreotti, passò Berlusconi, domani passerà chissà chi - e Ciancio
è ancora qui.
Riccardo Orioles