


da "I Siciliani nuovi", aprile 1995
La Sicilia fra tutte le regioni d'Italia è quella che ha dato il più gran numero di
giornalisti uccisi nel compimento del proprio dovere. I giornalisti hanno, a loro tutela:
un sindacato unitario, che è la Fnsi, un Ordine professionale, un direttore di testata
che, loro collega, dovrebbe in linea di massima proteggere i loro interessi contro
chiunque.
Dei giornalisti uccisi, Peppino Impastato (1978) non ebbe alcuna tutela in quanto non
iscritto all'Ordine; molti colleghi si esercitarono liberamente a dargli del terrorista.
Mario Francese, cronista del Giornale di Sicilia, fu ucciso mentre indagava su una
questione di mafia; ma i proprietari del suo giornale, in un'intervista, misero in dubbio
la matrice mafiosa della sua morte, senza reazioni apprezzabili da parte dei colleghi. Al
funerale di Giuseppe Fava, nel 1984, sindacato e Ordine nazionale dei giornalisti furono
assenti. Lo stesso per Mauro Rostagno, con la motivazione che non era regolarmente
iscritto all'Ordine.
Non era regolarmente iscritto neanche Giuseppe Alfano, solitario corrispondente de La
Sicilia da Barcellona, ucciso dai mafiosi; lo iscrissero alla memoria dopo la morte,
concedendogli finalmente di diventare un giornalista «vero». Il giudice che indagava sul
suo assassinio dovette sudar sette camicie per farsi dare, dal suo giornale, gli articoli
che gli servivano per indagare; poté averli solo minacciando il ricorso a mezzi legali. E
così via. Tutto questo per dire che, se la storia dei giornalisti siciliani è spesso -
individualmente - una storia gloriosa, non lo è altrettanto quella dei loro organi
collettivi e dei loro giornali.
«A Catania, i giornalisti sapevano quel che succedeva, ma non si comportavano di
conseguenza - ha dichiarato il 7 aprile il magistrato della Direzione distrettuale
antimafia Amedeo Bertone - E anche questo ha contribuito a far divampare gli omicidi e la
guerra di mafia». Ma davvero il livello civile dell'informazione a Catania è così
basso? Davvero gli organi che dovrebbero farsene garanti - sindacato dei giornalisti,
Ordine professionale - non se ne sono accorti? Due casi gravissimi, occorsi recentemente,
dovrebbero far riflettere anche loro.
Il primo e più clamoroso è quello - risultante da atti giudiziari - del giornalista de
La Sicilia Concetto Mannisi. Il quale, avendo scritto un articolo sul mafioso Ercolano,
viene convocato dal direttore Mario Ciancio in presenza dello stesso Ercolano, severamente
redarguito e invitato - sempre in presenza del mafioso - a non usare più il termine
«mafioso». Mario Ciancio fa tuttora parte dell'Ordine dei giornalisti. Non risulta che
Ordine o sindacato abbiano avviato provvedimenti nei suoi confronti. Un'indagine è stata
invece aperta sull'«operato della collega Ada Mollica», chiamata formalmente a
rispondere - dal presidente dell'ordine dei giornalisti di Sicilia - dell'articolo in cui
aveva riportato l'episodio.
Circa un anno fa, si ebbe l'episodio - altrettanto grave - del tentativo di depistaggio
operato dal giornalista de La Sicilia Tony Zermo sulle indagini per l'omicidio di Giuseppe
Fava. I giudici indagavano su un pentito di mafia, Maurizio Avola, che aveva reso
gravissime testimonianze sul cavaliere del lavoro Gaetano Graci, e sul possibile suo ruolo
nell'omicidio Fava. Mentre i giudici vagliavano gli elementi forniti da costui, Zermo
pubblicò con grande evidenza una serie di false «dichiarazioni» del pentito,
platealmente inattendibili («Ho ucciso il generale dalla Chiesa!») e tali da gettare una
luce di inattendibilità anche sulle vere dichiarazioni che Avola aveva in realtà fatto.
Contro quest'operazione di depistaggio, chiaramente in malafede e non giustificabile da
alcun precedente giornalistico, i magistrati della procura protestarono con insolita
veemenza. Il segretario dell'Associazione siciliana della stampa, Antonio Ravidà, non
prese alcun provvedimento nei confronti di Zermo, e ritenne anzi opportuno assicurargli, a
nome della categoria, la propria pubblica solidarietà. Il comitato di redazione de La
Sicilia si associò anch'esso alle posizioni di Zermo. Costui, già nel 1984, aveva
condotto una campagna per escludere la matrice mafiosa dell'omicidio Fava (accomunato, nei
suoi articoli, a un personaggio come Pecorelli). Neanche allora il sindacato dei
giornalisti siciliani o i colleghi di redazione di Zermo avevano ritenuto opportuno
censurare l'operato del collega.
«In Italia dobbiamo smetterla perché i polveroni non pagano. Nessuno vuole limitare la
libertà di stampa. Solo che dobbiamo noi giornalisti rispettare le leggi, stare alle
regole del gioco. Qui non si tratta di essere pro o contro Berlusconi. Qua si tratta di
stabilire le regole del gioco. E noi giornalisti italiani, spesso, queste regole le
dimentichiamo». Un anno fa, Il collega Antonio Ravidà - sempre a nome dell'Associazione
siciliana della stampa: e dunque, teoricamente, a nome di tutti i giornalisti onesti,
compresi noi dei Siciliani... - rispose con queste righe alla sollevazione generale
scatenata dal decreto «salva-ladri» di Silvio Berlusconi. Il decreto, che conteneva
molte e gravi limitazioni alla libertà di stampa, fu ritirato velocemente per
l'opposizione suscitata in tutte le categorie interessate, a cominciare dal sindacato dei
giornalisti nazionale, e di tutti quelli regionali ad eccezione del siciliano. Alcuni
colleghi dichiararono, in quest'occasione, Ravidà «indegno di rappresentare la categoria
dei giornalisti siciliani» e chiesero le sue dimissioni. Nella redazione de La Sicilia di
Zermo, solo una giovane cronista si associò ad essi. Quanto a Zermo, è attualmente
impegnato a scrivere pensosi articoli sulle malefatte del cavaliere Graci - ormai
definitivamente caduto in disgrazia - dopo esserne stato per circa quindici anni uno dei
più fedeli servitori.
(Qualche settimana fa, il sindacato dei giornalisti siciliani ha organizzato a Villa
Igiea, a Palermo, un bel convegno su temi di giornalismo economico. Il pubblico nei
momenti di maggiore affollamento non superava le quindici persone. Alla fine sono arrivati
un paio di assessori della Regione entrambi abbondantemente inquisiti, hanno stretto la
mano al segretario, hanno porto i loro ossequi alla signora - la signora Ravidà, di
mestiere, fa proprio questo: organizzare congressi - e se ne sono andati).
A Messina, dopo la morte di Stelio Vitale Modica, un buon giornalista sempre pronto a
difendere i colleghi, il sindacato è retto da Italia Moroni Cicciò. La signora Cicciò
ha fatto campagna elettorale per il Polo delle Libertà. Di recente è stata nominata
dalla Provincia (il cui presidente è di Alleanza nazionale) come componente del consiglio
d'amministrazione dell'Ente Teatro. All'Ente Teatro (dove non sono stati espletati i
concorsi per formare l'ufficio stampa) fa funzione di consulente stampa Lorenzo Genitori,
critico musicale della Gazzetta. L'Ente Teatro gestisce tra l'altro il teatro lirico
Vittorio Emanuele, e ciò significa in sostanza che Genitore, sul giornale, può fare la
critica del suo stesso teatro.
Per anni, all'Ente Fiera, l'ufficio stampa è stato tenuto da Sandro Rolla, capocronista
della Gazzetta. A Messina, più in generale, gli uffici stampa pubblici sono molto spesso
irregolari per difetto di assunzioni. La gente che ci lavora scrive comunicati, ma nella
maggior parte dei casi non è giornalista. Si è parlato per molto tempo di fare concorsi.
La provincia li ha banditi, ma non li ha ancora espletati. Se si considera, da un lato,
che in Sicilia ci sono decine di professionisti disoccupati; e, dall'altro, che è almeno
di dubbio gusto affidare le cronache giornalistiche a colleghi che ricevono emolumenti a
vario titolo da enti pubblici e privati, si può ben intendere che tipo di lavoro andrebbe
fatto - e non è mai stato fatto - a Messina a tutela della professione giornalistica.
A Palermo, la proprietà del principale giornale cittadino, il Giornale di Sicilia, ha una
tradizione molto antica di buon vicinato con esponenti politici - Lima, i Salvo, fino a un
certo periodo Ciancimino - legati a Cosa nostra. Un esponente della famiglia Ardizzone,
editrice del giornale, faceva parte della loggia massonica coperta di via Roma insieme con
«uomini di panza» della vecchia mafia. All'inizio degli anni Ottanta acquisirono
influenza sulla proprietà il cavaliere catanese Costanzo e l'editore catanese Mario
Ciancio; e questo non contribuì a spostare in senso antimafioso la linea politica del
giornale.
Celebri le campagne contro il pool antimafia di Falcone e Borsellino, affidate alle penne
del condirettore Giovanni Pepi (la direzione formale era ed è tuttora tenuta da un
Ardizzone), del giudice Enzo Geraci e del corsivista - diventato in tempi recenti stretto
collaboratore del ministro della Giustizia Alfredo Biondi - Vincenzo Vitale. Crollato il
vecchio sistema di potere, Ardizzone e soci cercarono, con poca fortuna, di avviare alla
meglio un tentativo di riqualificazione del giornale, sulle cui modalità e sui cui esiti
valgono le lapidarie parole - «Ora quelle serpi mi sorridono» - della sorella del
giudice Falcone.
Nonostante l'assenza di prese di posizione ufficiali, la redazione del Giornale di Sicilia
è probabilmente oggi l'unica, fra quelle dei quotidiani siciliani, in cui l'oltranzismo
diciamo così conservatore della proprietà abbia suscitato qualche protesta, o almeno
qualche mugugno, da parte di gruppi consistenti di redattori. Nell'ottobre del '92
destarono qualche scalpore i risultati dell'elezione dei rappresentanti all'interno della
redazione. Vennero eletti nel comitato di redazione il proprietario del giornale, Antonio
Ardizzone, e il suo braccio destro Giovanni Pepi: caso unico nella storia dei movimenti
sindacali, non essendo fin allora mai avvenuto che dei lavoratori delegassero il padrone a
rappresentarli di fronte al padrone. Adesso, nei corridoi del giornale, alcuni redattori
osano mettere in discussione - almeno fra persone fidate - lo jus primae vocis
fin qui pacificamente esercitato dalla proprietà.
Se fino a ieri Palermo e Catania erano, dal punto di vista dell'autonomia professionale,
particolarmente arretrate rispetto al resto del paese, adesso rischiano di venir prese a
modello e di costituire anzi, da questo punto di vista, l'esempio del giornalismo
dell'avvenire.
Alle ultime trattative per il rinnovo del contratto di lavoro, la Federazione degli
editori ha presentato un articolo (prontamente respinto, a onor del vero, dalla
controparte) in cui si richiede senz'altro un «contratto di formazione e lavoro» per
giovani a partire dai sedici anni che dovrebbero svolgere mansioni paragiornalistiche in
cambio di uno stipendio inferiore alla metà di quello dei giornalisti «regolari», e
restando soggetti al licenziamento senza spiegazioni dopo ventiquattro mesi. La
codificazione ufficiale insomma della figura dello schiavo di redazione, la
regolamentazione per legge del lavoro nero e l'abolizione delle residue garanzie di
autonomia professionale. E' vero che in molte regioni d'Italia il livello di coscienza
sindacale delle redazioni è abbastanza dissimile da quello che si riscontra in Sicilia.
Ma è anche vero che l'offensiva è massiccia, e che gran parte delle resistenze - specie
nei giornali locali - sta venendo meno. Alcuni casi emblematici? L'Unione Sarda, dove
l'editore ha impiegato sistematicamente le nuove tecnologie (valendosi, a quanto ci
risulta, di specialisti provenienti dalla Fininvest) per accentrare al massimo il ciclo di
lavorazione e cancellare ogni influenza dei giornalisti su di esso; la Notte, dove
Berlusconi ha rapidamente acquisito e ucciso il rozzo ma temibile concorrente del suo
Giornale; la Voce di Montanelli, strangolata - nell'interesse di Berlusconi - dallo
stampatore.
L'introduzione delle nuove e nuovissime tecnologie, in questo senso, pone non solo a
gruppi isolati di bastian contrari, ma massicciamente all'insieme della categoria
un'alternativa piuttosto brutale: o subire il restringimento degli spazi, accettare i
nuovi ruoli ormai esclusivamente servili che ai giornalisti vengono assegnati dal nuovo
modello editoriale; o valersi spregiudicatamente delle tecnologie, impadronirsene
creativamente, porsi in condizione di potere a un bisogno confezionare, senza ricorso a
strutture esterne, tutta la fase di prestampa dell'intero giornale e utilizzare questa
condizione tecnica o come presidio nei confronti dell'editore o, in caso di bisogno, per
mettersi audacemente in proprio e fare un giornale libero senza editore. Perché il
lettore ha diritto, qualunque cosa pensino i giornalisti e qualunque gli editori, ad avere
notizie oneste, che non dipendano dal capriccio di un singolo, che non servano interessi.
Quando questo non avviene, il lettore se la prende col giornalista, non con l'editore: e
in fondo è giusto, perché è al giornalista, prima che a chiunque altro, che il lettore
chiede di non essere imbrogliato.
In Sicilia, l'alternativa in realtà non esiste perché le intenzioni degli attuali
editori, di accentramento totale e senza condizioni, sono fin troppo chiare. A Catania son
già allo studio, secondo indiscrezioni, progetti di integrazione di una parte del ciclo
di lavorazione di altri quotidiani siciliani. Un processo di sinergia molto spinta,
secondo le nostre valutazioni, renderà entro un anno praticamente indistinguibili almeno
due dei tre quotidiani oggi esistenti. Tutti e tre già oggi sono pubblicitariamente - e
quindi finanziariamente - sotto l'egemonia (supportata dalla Publikompass di Agnelli) di
Mario Ciancio.
Il momento è gravissimo, per la libertà di stampa in Sicilia; il più grave che mai si
sia avuto, peggiore persino di quando i mafiosi giravano tranquillamente per gli uffici
della Sicilia in viale Odorico da Pordenone, spalancandone le porte a calci quando avevano
da notificare qualcosa, peggiore di quando il Giornale di Sicilia faceva le sue campagne
«garantiste» per Salvo Lima, contro Falcone e Orlando. Nessuno si illuda che il nuovo
monopolio editoriale sia per avere posizioni più «moderne» rispetto ai vecchi padroni.
Perché il cervello di esso è Mario Ciancio, e Ciancio è quello che non solo nell'84,
non solo in questi dieci anni, ma ancora in questi mesi ha difeso a spada tratta il
cavaliere mafioso Gaetano Graci, arrivando a pubblicare notizie false pur di cercare di
salvarlo dalla galera.
Agli editori nazionali toccherebbe ora la responsabilità di non farsi supportatori - come
deplorevolmente avviene oggi: ed è un altro gravissimo debito che gl'industriali del nord
assumono oggi nei confronti dei siciliani - di operazioni che, limitando la libertà di
stampa in una regione, finiranno per limitarla in tutte. Ma su questo c'è da farsi poche
illusioni: quasi tutti i quotidiani nazionali, persino quelli di editori democratici come
Caracciolo, hanno a suo tempo rinunciato alle loro edizioni siciliane pur di non entrare
in conflitto con gl'interessi costituiti locali.
Ai giornalisti professionisti siciliani, invece, competerebbe in quest'emergenza la
responsabilità di sollevarsi d'un tratto dallo stato di subalternità in cui si trovano,
ormai da decenni, per dire finalmente una loro parola sullo stato dell'informazione in
questa regione. Anche qui, c'è poco da farsi illusioni. Ma con una differenza: che mentre
un Caracciolo o un Agnelli possono giocare, in questa circostanza, con la pelle altrui,
per i giornalisti siciliani - compresi i più distratti - ci va di mezzo il proprio
avvenire. Qualcuno ha un'idea di ciò che vorrebbe dire, per ciascuno di loro, un quadro
informativo siciliano ridotto di fatto a un'unica testata, in mano agli amici di Graci? Si
salverebbero solo, e letteralmente, i più servili. Qualunque pur vaga velleità di
autonomia professionale, o anche di semplice rivendicazione della dignità professionale,
sarebbe semplicemente spazzata via. Il mondo dell'informazione in Sicilia sarebbe
brutalmente trasformato in una rozza macchina per imbrogliare.
Ci sono ancora due mesi, forse addirittura un anno, durante i quali è ancora possibile
rovesciare la situazione. Recuperare il ruolo del sindacato, isolare gli uomini del
padrone, dar spazio ai giovani giornalisti, cominciare a fare liberamente il proprio
mestiere anche dove liberamente non s'è fatto mai. Se fossimo ottimisti, diremmo che se
ne potrebbe parlare al sindacato. Ma ottimisti non siamo.
Riccardo Orioles