da "I Siciliani", febbraio 1983

Normale routine. La riunione del Consiglio Superiore della Magistratura, quel pomeriggio del 28 ottobre, sembrava destinata soltanto ad un esame politico del "caso Catania": nel capoluogo etneo era vacante da oltre un anno la poltrona di Procuratore capo della Repubblica ed il CSM avrebbe dovuto vagliare le cinque candidature avanzate negli ultimi mesi. Un incarico delicato, quello del Consiglio Superiore, perché Catania è una città difficile, violenta, stanca, centocinquanta morti ammazzati in due anni, un generale dei carabinieri falciato a raffiche di kalashnikhov duecento chilometri più ad ovest da centurioni catanesi, il sospetto - amaro - di un definitivo spostamento dell'asse mafioso sul versante orientale dell'Isola. A Catania, insomma, la Procura della Repubblica è in prima linea, ogni giorno, ed al CSM spettava il compito di indicare il capo di quella Procura. Decisione difficile, ma - tutto sommato - di routine, destinata cioè a definirsi sulla base delle indicazioni, o meglio, delle volontà politiche che sarebbero emerse, puntuali, in seno al CSM.
Improvvisamente, ed inaspettatamente, quel pomeriggio saltarono fuori dalle borse di pelle scura di alcuni membri del Consiglio le copie di un telegramma che avevano ricevuto poche ore prima. Poche righe, nessuna clamorosa rivelazione, soltanto un pacato risentimento per il silenzio in cui erano caduti i precedenti esposti che l'autore del telegramma aveva inviato al CSM parecchi mesi prima. Ad inoltrare al Consiglio queste denunzie (veri e propri dossier) era stato il prof. Giuseppe D'Urso, docente universitario catanese, presidente della sezione siciliana dell'Inu (l'Istituto Nazionale di Urbanistica). E la firma di D'Urso era anche in calce al telex ricevuto dal CSM (e, per conoscenza, da molti altri uomini del Palazzo tra cui lo stesso Presidente Sandro Pertini).
Per la verità, gli esposti a cui le poche righe del telex facevano riferimento erano ben noti ai giudici del CSM: denunzie circostanziate, cifre, testimonianze, documenti, fotocopie di delibere comunali viziate, estratti del piano regolatore, citazioni di articoli di legge completamente disattesi. L'ultimo dei "dossier" che il prof. D'Urso richiamava nel suo telegramma era giunto sui banchi del Consiglio Superiore e sulla scrivania del Procuratore capo di Catania, Giulio Cesare Di Natale, molti mesi prima, il 15 dicembre 1981. Un voluminoso carteggio sulle presunte irregolarità nell'appalto che il comune di Catania aveva concesso all'impresa del cavaliere del lavoro Francesco Finocchiaro per la costruzione dell'edificio che oggi ospita la pretura catanese. Per finanziare quest'opera ed affidarne la realizzazione agli operai di Finocchiaro, il comune di Catania aveva utilizzato - sosteneva nel suo esposto il prof. D'Urso - una legge creata per scopi totalmente diversi. Una legge, fra l'altro, chiarissima: era difficile pensare ad un'errore in fase di interpretazione.
Quell'esposto non aveva avuto alcuna risposta né dalla Procura di Catania, né dal Consiglio Superiore della Magistratura. Poi, ad ottobre, dieci mesi dopo, quel breve telegramma. E la normale routine del CSM si trasformò in febbrili consultazioni: che peso dare a quel telex ed ai precedenti esposti? E che peso dare alle altre denunzie (alcune anonime, le altre firmate e minuziosamente documentate) che in quelle settimane si erano accumulate a Palazzo dei Marescialli? Come comportarsi con la Procura di Catania? E la nomina del nuovo Procuratore capo? La designazione del sostituto di Di Natale poteva attendere, anzi era opportuno che fosse rinviata di alcune settimane. Restava da decidere quale atteggiamento assumere di fronte ad una nuova sollecitazione (il telegramma) i cui retroscena probabilmente erano già a conoscenza della stampa. Fu subito chiaro che un'inchiesta, più o meno formale, sulla Procura di Catania doveva essere comunque avviata, ma fu altrettanto chiaro che occorreva muoversi con le opportune cautele: nessuna indiscrezione che potesse provocare titoli a caratteri di scatola sui giornali, nessun commento ufficiale su un argomento che, data la sua natura, doveva essere trattato con massima delicatezza. Tutto venne rinviato alla convocazione a Roma dei cinque candidati per la poltrona di Procuratore capo.
Un tatticismo fortunato, quello del CSM, perché incontrò - almeno a Catania - la buona disponibilità della stampa locale. Le voci sempre più precise su questo nuovo "affaire Catania" che stava per esplodere, la possibilità che il CSM decidesse di avviare ufficialmente un'inchiesta sulla Procura catanese e che gli esposti che si andavano accumulando sulle scrivanie dei giudici del CSM avessero un seguito: tutte queste ipotesi vennero puntualmente smentite dalla stampa ed etichettate come «illazioni».
La macchina, però, si era ormai messa in moto e ad accelerare i tempi dell'inchiesta probabilmente fu anche il convegno che «Magistratura Indipendente» organizzò a Catania pochi giorni dopo il telegramma di D'Urso al Consiglio Superiore. Il convegno (padrino Aldo Grassi, sostituto procuratore catanese) era ospitato nello splendido Santa Tecla di Acireale, albergo di proprietà della famiglia Puglisi Cosentino (alla quale appartiene il cavaliere del lavoro Salvatore). Uno dei pranzi fu offerto ai congressisti dal cavaliere del lavoro Mario Rendo (tra i dossier scottanti c'era anche quello della Guardia di Finanza di Agrigento: e l'impresa Rendo, insieme ad altre imprese siciliane era fra le inquisite). Il convegno, infine, era stato sponsorizzato da molti operatori economici e professionisti siciliani, fra gli altri anche dal dott. Musumeci, titolare di un'avviata casa di cura, inquisito anche lui da tempo dalla Finanza (altro procedimento che - secondo le denunce al CSM - si era smarrito fra la polvere degli archivi della Procura catanese). Indiscrezioni forse banali, ma probabilmente servirono a colmare la misura. Nel clima del dopo Dalla Chiesa, con l'opinione pubblica che premeva febbrilmente per conoscere tutte le verità, la situazione della Procura catanese non poteva rimanere nel sospetto: bisognava acclararne la trasparente linearità dei comportamenti di legge, oppure le colpe. Quali esse fossero.
Tre settimane dopo quel congresso l'inchiesta sulla Procura era ormai un fatto certo, nonostante il benevolo e pertinace tentativo di alcuni mass media locali di ricondurre ogni cosa ad una improbabile "ordinaria amministrazione". Che gli equilibri di questa difficile routine fossero definitivamente saltati fu chiaro quando a Roma, davanti ai componenti di una commissione del CSM, sfilarono i cinque magistrati catanesi aspiranti alla carica di Procuratore: Tommaso Auletta, sostituto Procuratore generale; Giovanni Cellura, Consigliere Istruttore aggiunto (oggi riconfermato); Giuseppe Costa, Presidente della II sezione penale della Corte d'Appello; Giustino Iezzi, Presidente della I sezione penale del Tribunale e Giulio Cesare Di Natale, Procuratore capo aggiunto, aspirante ad una riconferma.
La formalità dell'incontro, un colloquio separato con ciascuno dei cinque "candidati", ebbe subito un tono molto più sostanziale con l'interrogatorio - quasi tre ore - che proprio Di Natale dovette affrontare. C'era da chiarire definitivamente cosa avesse prodotto, in oltre un anno di lavoro, la Procura di Catania, se i ritardi fossero imputabili ad una carenza di organici o di tempo o di mezzi, o se invece (questa era almeno l'accusa precisa contenuta nei dossier inviati al CSM) c'era stata da parte di qualcuno l'intenzione di far decantare certe situazioni (leggi "inchieste") in attesa di tempi migliori.
E proprio mentre a Palazzo dei Marescialli la commissione del CSM interrogava Di Natale, a Catania il sostituto Procuratore D'Agata spediva 56 comunicazioni giudiziarie per altrettanti imprenditori e faccendieri siciliani coinvolti in un colossale giro di fatture false e di frodi fiscali. Probabilmente solo una pura coincidenza che tuttavia, data la situazione di emergenza, a qualcuno (forse agli stessi magistrati del Consiglio superiore) dovette apparire bizzarra. Santo cielo: il rapporto della Guardia di Finanza era stato lasciato in un cassetto, negli uffici della Procura, per molti mesi; e improvvisamente, mentre a Roma si sceglieva il capo della Procura catanese, questo fascicolo delle Fiamme Gialle tornava a galla e partivano 56 comunicazioni giudiziarie. Il candido cittadino catanese, siciliano, italiano che fin'allora non aveva nemmeno tentato di immaginare cosa accadesse dentro le tetre, marmoree mura del palazzaccio ora giustamente era portato a chiedersi se quella improvvisa implacabilità non fosse un tentativo di dimostrare l'inflessibile volontà di applicare la legge. Comunque se mai ci fu una legittima intenzione in tal senso, insomma se questi erano i presupposti di quelle comunicazioni giudiziarie, il CSM li disattese completamente. Il colloquio con i cinque magistrati catanesi, e soprattutto quello con Di Natale, piuttosto che portare ad un chiarimento e dunque ad una soluzione dell'"affaire Catania", fu in un certo senso (almeno nel suo valore conoscitivo) il primo atto istruttorio dell'inchiesta che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva deciso di avviare sul funzionamento della Procura di Catania. Anche se per giusta opportunità l'annuncio ufficiale veniva ritardato.
Il passo successivo fu la designazione del successore di Di Natale. Probabilmente Tommaso Auletta per l'età, l'esperienza maturata e la sicura competenza, era il candidato più accreditato; il CSM preferì invece optare per una soluzione transitoria, una sorta di «governo balneare» preferendo risolvere prima il "caso Catania": e così la scelta cadde su Giuseppe Costa, magistrato di indubbia capacità e competenza ma ormai vicinissimo al pensionamento. Il problema si riproporrà, insomma, fra tredici mesi, ma da qui ad allora il CSM spera di avere le idee più chiare su uomini e cose della Procura di Catania.
Dalla designazione di Costa alla carica di Procuratore capo è trascorso piú di un mese e l'inchiesta avviata dal Consiglio Superiore è andata avanti; l'incarico di coordinare il lavoro della prima commissione (a cui è stata affidata l'inchiesta) è stato attribuito al prof. Alfredo Galasso, docente universitario palermitano, uno dei membri "laici" del CSM; tutti gli esposti e le denunzie pervenute al Consiglio sulla Procura di Catania sono stati unificati in un unico procedimento (reca il numero d'ordine 501/81) e proprio prendendo lo spunto da questi "capi d'accusa" la commissione del CSM ha chiesto formalmente ai vertici giudiziari di Catania - Presidente del Tribunale, Consigliere Istruttore e Procuratore Generale - una lunga e dettagliata serie di informazioni sullo stato di alcune inchieste da tempo al vaglio della Procura catanese.
Anzitutto il rapporto della Guardia di Finanza di Agrigento che ha provocato le 56 comunicazioni giudiziarie di novembre. L'inchiesta della Finanza agrigentina era partita nel 1979 dalle indagini su un imprenditore di Licata, Giuseppe Cremona, che due anni prima era stato arrestato sotto l'accusa di aver ricettato camion rubati. Il Cremona, accertarono i finanzieri, successivamente aveva preso in subappalto alcuni lavori per la costruzione di una diga nella provincia di Enna. La ditta che aveva fornito il subappalto era l'Ira, una delle molte imprese del gruppo Graci. La Guardia di Finanza scoprì una grossa partita di fatture false rilasciate dal Cremona alla ditta di Graci per lavori in realtà mai eseguiti. Servendosi di queste fatture fasulle l'Ira avrebbe evitato (questa l'accusa della Finanza) di versare allo Stato un congruo numero di miliardi dovuti sull'Iva. Un'evasione fiscale in grande stile che incuriosì gli inquirenti; nel giro di pochi mesi le Fiamme Gialle di tutta la Sicilia accertarono che allo stesso sistema erano ricorsi molti altri imprenditori dell'isola: I'Iva frodata alle casse dello Stato ammonterebbe, secondo i calcoli della Finanza, ad oltre quattrocento miliardi di lire. Gli imprenditori - secondo l'accusa - si erano serviti di alcuni comprimari compiacenti che rilasciavano fatture - per importi elevatissimi - relative a lavori mai eseguiti.
Il rapporto della Finanza approdò alla Procura di Catania, dopo aver fatto scalo negli uffici giudiziari di Siracusa, parecchi mesi fa. Si ipotizzavano reati precisi: non solo l'evasione fiscale nei confronti di Iva, Irpeg e Ilor ma anche reati di ben diversa caratura penale quali la truffa e l'associazione per delinquere a scopi mafiosi, prevista dalla legge La Torre. E nel rapporto della Finanza c'era tutto il «Gotha» dell'imprenditoria siciliana, dai cavalieri del lavoro Gaetano Graci e Mario Rendo, all'altro cavaliere catanese Carmelo Costanzo (latitante da due mesi e mezzo), ed ancora il costruttore Rosario Parasiliti, il banchiere Salvatore Iaconitano (direttore dell'agenzia catanese della Banca Agricola di Ragusa). In coda alla lista anche alcuni nomi poco raccomandabili delle cronache giudiziarie siciliane come il mafioso agrigentino Filippo Di Stefano (già assegnato ad un soggiorno obbligato) e il trapanese Giovanni Traina, titolare di un'impresa di calcestruzzi nel cui cantiere un anno fa furono trucidate tre persone.
Orbene (ecco il punto drammatico sottolineato dai vari esposti al CSM) il rapporto della Finanza, con le sue incredibili ipotesi di reato, con il suo lungo, inquietante elenco di indiziati, rimase lettera morta negli uffici della Procura di Catania. Anzi (riferiamo sempre i termini delle denunce) accadde una cosa quasi grottesca: il dossier, nel quale si indicavano reati precisi sulla scorta di elementi probatori altrettanto inequivocabili, venne infilato nel cosiddetto fascicolo degli «Atti relativi». Il che, per un procedimento penale, equivale alla morte civile. Sotto tale voce, negli archivi giudiziari, vengono depositati i fascicoli che si riferiscono ad inchieste lunghe, generiche, non riferibili a ipotesi di reato precise (un'inchiesta, ad esempio, sulla prostituzione nella città di Palermo, oppure un'inchiesta sul contrabbando di sigarette nel golfo di Catania...). Inchieste che richiedono un'attività istruttoria lenta, meticolosa, dalla quale dovranno emergere - col tempo - i nomi degli indiziati e i reati ipotizzabili. Non era certo questo il caso del rapporto inviato ai magistrati catanesi dalla Finanza di Agrigento: la sua destinazione agli "Atti Relativi" fu una «retrocessione» immotivata (un insabbiamento in piena regola, suggeriscono spietatamente gli esposti spediti al CSM).
Quello che vuole accertare la prima commissione del Consiglio Superiore è il motivo per cui il fascicolo in questione emerse dagli archivi con le sue 56 comunicazioni giudiziarie soltanto alla fine di novembre. Il CSM inoltre, nel corso di questa inchiesta, verificherà se la destinazione di altri atti penali al fascicolo degli "Atti Relativi" fosse stato un errore commesso altre volte in passato alla Procura di Catania. L'ipotesi è lecita perché sono più d'uno i rapporti di polizia inviati al Procuratore e rimasti senza esito giudiziario. Uno dei più recenti è quello che il tenente colonnello Giglio, comandante della Guardia di Finanza di Catania, ha fatto pervenire alla magistratura sulle presunte irregolarità nella concessione di un appalto di 700 milioni del comune di Catania ad una società catanese, la "Mediterranea", per una fornitura di mobili ed arredi per ufficio. Socio di fatto della "Mediterranea Mobili", si afferma nel rapporto della Finanza, è un componente della famiglia Ferlito (o l'assessore democristiano Giuseppe o il cugino Alfio, il boss ucciso alla periferia di Palermo, insieme ai carabinieri che lo scortavano, nel giugno scorso); ma proprio l'assessore Ferlito aveva presieduto la commissione che aveva giudicato la gara di appalto in favore della "Mediterranea Mobili".
Un esposto-denunzia presentato da tre consiglieri d'amministrazione dell'ospedale provinciale catanese "Vittorio Emanuele" è un altro fra i più significativi episodi su cui il CSM ha intenzione di indagare. L'esposto, che non ha avuto alcun seguito giudiziario, era stato presentato contro l'allora presidente dell'ospedale, Nino Caragliano (oggi deputato all'Assemblea Regionale, eletto tra le file della DC). Nell'esposto - per la cronaca - si ipotizzavano precisi illeciti nella assegnazione di un appalto da 600 milioni per una fornitura di lenzuola sterili all'ospedale.
Agli atti della prima commissione del CSM c'è anche una lettera ufficiale della Guardia di Finanza di Catania indirizzata alla Procura della Repubblica; con essa si chiedeva di conoscere i motivi per cui era stata rifiutata l'autorizzazione a verificare in banca la situazione patrimoniale di alcuni imprenditori catanesi inquisiti per reati fiscali. Il CSM vorrà conoscere anche l'esito del "rapporto sui 108 mafiosi" presentato al Procuratore di Catania da polizia e carabinieri nel maggio dello scorso anno: era la radiografia dei due clan rivali in lotta a Catania da tre anni, i Ferlito ed i Santapaola, e venivano chieste particolari misure preventive (che non furono mai accordate) nei confronti - fra gli altri - dei due boss mafiosi Alfio Ferlito (lo uccideranno il mese successivo alla presentazione di quel rapporto) e Nitto Santapaola, ricercato da settembre per l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa.
L'inchiesta dunque esiste, ed ha fatti precisi con i quali misurarsi. La richiesta di tutte le informazioni ed i chiarimenti opportuni, richiesta che dovrà essere assolta in questi giorni dai vertici della giustizia catanese, è la fase istruttoria più delicata e piú importante, ma il CSM ha già fatto intendere che la prima commissione andrà oltre: quanto prima verrà convocato a Roma il prof. D'Urso, perché confermi formalmente il contenuto degli esposti inviati alla Procura ed al Consiglio e fornisca eventuali ulteriori elementi a corredo delle sue "denunzie". A Palazzo dei Marescialli saranno ascoltati anche l'avvocato Francesco Messineo, capo dell'ufficio legale dell'Istituto Autonomo Case Popolari (uno dei procedimenti giudiziari più discussi riguarda proprio l'IACP) ed il pretore Renato Papa: è stato lo stesso pretore Papa a chiedere ai colleghi del CSM di essere ascoltato in relazione alla vicenda della pretura unificata costruita dall'impresa del cav. Finocchiaro. Il pretore Papa ricevette infatti la delega per rappresentare l'ordine dei magistrati in seno alla commissione che seguì i lavori di progettazione e di costruzione della pretura - la sua testimonianza potrà portare un contributo utilissimo per fare definitiva chiarezza sull'episodio.
Perché il lavoro della commissione del CSM giunga a termine occorrerà aspettare ancora molti mesi, ma è certo comunque che, prima o poi il Consiglio Superiore dovrà presentarsi all'opinione pubblica (e non solo a quella siciliana) per chiarire i fatti, spiegare molti perché, aiutare a comprendere questa storia logorata da troppe assoluzioni o condanne senza processo, da troppe smentite compiaciute, da troppi silenzi interessati. E in definitiva da troppi terribili sospetti che gli stessi sospettati hanno per primi l'interesse di chiarire. Una storia tutta siciliana, anche nel modo in cui gli altri - i non siciliani - l'hanno vissuta, e giudicata, e a volte strumentalizzata. Proprio perché questa vicenda smetta di essere soltanto "una storia siciliana" ci si attende un verdetto, di condanna o di assoluzione, purché sia un verdetto di definitiva chiarezza. Un'altra insufficienza di prove sarebbe solo una sconfitta. Per tutti.

Claudio Fava