


da "I Siciliani", novembre 1984
Allora: il "terzo livello" non è certamente il Padrino coi baffi e con gli
occhiali neri. Non è nemmeno don Vito Ciancimino, che è importante sì, ma meno di tanti
altri (eppure, chissà perché, si parla molto di più di don Vito che non di Sindona...).
Non si riunisce nel retrobottega del bar del porto e nemmeno, per quanto sarebbe molto
cinematografico, al circolo Lauria di Palermo. Ma allora, dove cercarlo? Intanto, possiamo
dire che un "terzo livello" della mafia esiste, e che è una cosa seria. In
secondo luogo, che tutti i tentativi prima di contestarne l'esistenza (si pensi alle
polemiche contro Dalla Chiesa e Chinnici) e poi di sminuirne la portata sono miseramente
falliti: nessuno oggi si stupirebbe se un magistrato chiedesse un'autorizzazione a
procedere contro qualche personaggio di governo, attuale o passato. In terzo luogo,
proprio perché si tratta di una cosa seria, non c'è da scrivere romanzi: c'è
semplicemente da raccogliere una serie di fatti che si sanno - intendiamo, che tutti sanno
- e da metterli in fila; e poi vedere che effetto fa. A questo punto, non sapremo ancora i
nomi - questi, è compito del magistrato investigarli - ma avremo almeno qualche frammento
del quadro generale.
Fra questi frammenti, a nostro avviso, potrebbero esserci: un generale dei carabinieri che
organizza strane faccende insieme alla pidue; due o tre piduisti che fanno cose strane in
compagnia di boss mafiosi; un banchiere della mafia (almeno uno); alcuni arricchimenti un
po' strani; un'indagine di mafia stranamente bloccata; un golpe che si doveva stranamente
fare giusto in Sicilia; e altre cose non usuali.
Ma fra queste stranezze la più strana di tutte è la seguente: la P2 in Sicilia non
esiste. C'è qualche personaggio minore, qualche faccendiere, qualche professionista,
qualche funzionario: ma ufficialmente di piduisti grossi in Sicilia non ce n'è. Eppure
buona parte delle imprese della P2 - secondo le relazioni ufficiali - hanno a che fare, o
comunque entrano prima o poi in contatto, con faccende in qualche modo riconducibili anche
a storie di mafia. Eppure in Sicilia di P2 non ce n'è.
***
Adesso dobbiamo fare un passo indietro, fino ad una spiaggia siciliana del 1943, sulla
quale sbarcano dei carri armati. Uno di essi - secondo il mito - inalbera una bandierina
gialla con una grande "L" nera. L sta per Lucky Luciano, il boss di Cosa Nostra
al quale gli americani si sono rivolti per avere in Sicilia determinati appoggi
all'operazione. I carri armati dilagano rapidamente in tutta l'Isola, e altrettanto
rapidamente nei paesini dell'interno s'insediano i sindaci nominati dal colonnello
Poletti, del genere del vecchio don Calò Vizzini. C'est la guerre: le guerre bisogna
vincerle, e ogni altra considerazione passa in secondo piano. Ma dopo i paesini
dell'interno, è la volta delle grandi città: e questa volta non si ricorre ai soliti
mafiosi, ma a personaggi come Finocchiaro Aprile, Tasca, Alliata, e così via. Tutti
costoro hanno tre caratteristiche in comune: appartengono all'aristocrazia (cioè, al
latifondo) siciliana; sono estremamente ostili ad ogni sia pur moderata svolta politica;
hanno alti gradi in questa o quella loggia massonica siciliana.
La massoneria, in Sicilia, ha sempre avuto caratteristiche sue particolari. Ha rapporti
molto evanescenti con le grandi centrali internazionali, ed è frammentata in una miriade
di "logge" locali che spesso di massonico hanno poco più che il nome ma che in
compenso costituiscono degli ottimi punti d'incontro per discutere affari di vario genere
con la massima libertà e riservatezza.
Altri tempi? Può darsi. Fatto sta che il nome di un principe Alliata lo ritroviamo ancora
non solo negli affari (separatismo, Giuliano, ecc.) del dopoguerra e in quelli
(collegamento fra logge massoniche "atlantiche" italiane e statunitensi) degli
anni Sessanta, ma ancora nel 1978, quando in una cassetta di sicurezza della Comit di Roma
vennero trovati documenti che lo collegavano all'ex-Presidente dell'Ems Verzotto, al
deputato regionale Dc Lima, all'ex-capo del Sid Miceli e all'agente dei servizi segreti
americani Roland Stark. Quest'ultimo, coinvolto sia in traffici di droga che in
collegamenti con terroristi "rossi" e neri, godeva a sua volta della
"copertura" del generale Santovito, all'epoca responsabile dei nostri servizi
segreti ed esponente di primo piano della P2.
Tutti questi fatti possono essere variamente interpretati. E' pacifico comunque che, in un
momento in cui la Sicilia ha rivestito importanza strategica, vi siano state delle
oggettive convergenze fra alcuni interessi americani e la mafia, fra alcuni interessi
americani e certi settori massonici "devianti" - che non sono dunque una novità
di oggi... - e fra questi ultimi e la mafia propriamente detta, in un rapporto di
"braccio politico" e "braccio militare" (alta e bassa mafia, direbbe
qualcuno) a suo modo esemplare. E' pacifico inoltre che almeno alcuni di tali collegamenti
hanno resistito abbastanza a lungo nel tempo.
Questo, nel dopoguerra. E' da valutare se questo meccanismo possa in qualche misura essere
stato ricalcato altre volte e se alla Sicilia possa essere stata attribuita, in epoca
successiva, un'importanza strategica tale da giustificarne l'eventuale riattivazione. Ci
sembra che - ad esempio - Pio La Torre avesse idee chiare circa l'esito di una simile
valutazione. Ci sembra anche che l'insistenza di Chinnici sulle forme di organizzazione
"chiusa" di determinati settori dell'alta società siciliana (con allusioni
estremamente trasparenti ai "Cavalieri del S. Sepolcro" di Cassina ed alla
loggia paramassonica "Camea") non fosse del tutto casuale.
Questo non vuol dire, naturalmente, che il "terzo livello" vada ricercato in
qualche misteriosa centrale di "007" o in qualche tenebrosa congrega
d'incappucciati. Vuol dire semplicemente che nel nostro Paese, ed in particolare nella
nostra regione, nessuna aggregazione d'interessi, per quanto eversiva ed incivile, rimane
mai completamente priva di appoggi o almeno di attenzione da parte di determinati settori
di potere, nazionali e non: a condizione che garantisca l'ordine costituito, l'ordine -
diciamo noi siciliani - dei "galantuomini". La mafia, alta o bassa che sia,
mafia degli appalti o mafia della droga, rientra comunque in questa categoria.
Ancora: non è che ci sia una "superloggia" che diriga misteriosamente tutte le
imprese della mafia da chissà che rifugio segreto. Esiste però tutto un pullulare di
aggregazione "sommersa" che, fra l'altro, può servire anche, in determinate
occasioni, a fare da luogo d'incontro e da cassa di compensazione di interessi molto
diversi fra loro: compresi quelli mafiosi. E, storicamente, qualcosa del genere - la P2,
ma non solo - in Italia ha operato ed opera con incontestabile successo.
***
A questo punto, potremmo tentare di rileggere un certo numero di fatti. Ad esempio: chi
ha appoggiato il tentativo di golpe di Sindona, nel 1979, e perché? Nel 1979, Sindona
venne clandestinamente in Sicilia (dove avrebbe dovuto essere ospitato, in un primo
momento, nella villa di un cavaliere catanese, sostituita poi da altri rifugi più o meno
"clandestini") con in tasca un assai improbabile progetto "Vespri
Siciliani": colpo militare, distacco dall'Italia e dittatura anticomunista. Il
progetto venne discusso con rappresentanti delle Famiglie mafiose allora dominanti negli
Stati Uniti e in Sicilia (Gambino, Spatola, Inzerillo, ecc.), e con esponenti non solo
delle logge massoniche (o paramassoniche) "di rispetto" siciliane, ma della
stessa P2: la mente politica del progetto, il medico Joseph Miceli Crimi, ebbe almeno un
incontro operativo direttamente con Gelli, ad Arezzo, proprio in quei giorni.
Noi non sappiamo se la strategia di Sindona (cioè della mafia) fosse effettivamente
diretta a colonnellare la Sicilia per farne una seconda Bolivia governata direttamente dai
trafficanti di droga, o non piuttosto a coinvolgere nella (ipotetica) colonnellata il più
gran numero possibile di pezzi grossi da ricattare in seguito: fatto sta che all'epoca la
P2 poteva contare nell'Isola su esponenti militari come Torrisi (ammiraglio capo di Stato
Maggiore) e Siracusano (generale dell'Arma); Sindona poteva contare inoltre sull'amicizia
di finanzieri come Graci (che in quei giorni ospitava generosamente i suoi uomini) e di
altri personaggi influentissimi nell'Isola. Per esempio, dal suo rifugio di Parigi,
Graziano Verzotto: il quale ai suoi tempi aveva depositato nella Banca Unione di Sindona
ben dieci miliardi di pubblico denaro, i cui interessi andarono parte all'Ems di Verzotto
e parte, su un conto svizzero, allo stesso Verzotto; al momento della partenza dalla
Sicilia, Sindona era accompagnato da un uomo di Verzotto.
Negli ambienti dei vecchi separatisti, in quello stesso periodo, circolava una strana
voce: che cioè esponenti americani avessero ufficiosamente promesso loro, a titolo del
tutto gratuito, il riconoscimento di uno Stato siciliano alle Nazioni Unite da parte di
una ventina di Paesi del Terzo Mondo e latino-americani. L'offerta, a quanto sembra, non
venne presa sul serio.
In ogni caso, fare un colpo di stato - o più semplicemente minacciarlo con qualche
credibilità - richiede molto denaro. E in Sicilia, di soldi "neri", ne
circolano parecchi. Innanzi tutto quelli direttamente provenienti dal traffico di
stupefacenti, su cui non è possibile ovviamente esercitare ogni controllo. In secondo
luogo quelli provenienti da operazioni commerciali più o meno regolari, al termine delle
quali vengono accumulate masse enormi di capitale che non risultano registrate da nessuna
parte, e delle quali perciò si può fare quello che si vuole. Un buon esempio di
quest'ultima operazione è venuto alla luce, a Catania e ad Agrigento, in occasione del
famoso scandalo delle "fatture false": i cavalieri catanesi (fra cui Graci) con
l'aiuto di un certo numero di "operatori economici" (alcuni dei quali noti e
riconosciuti mafiosi: per esempio, Cremona) riuscirono a sottrarre al fisco qualcosa come
settecento miliardi, dei quali non si sa più assolutamente nulla. La relativa inchiesta
giudiziaria è, naturalmente, insabbiata.
***
Lasciamo andare, per non esporci all'accusa di "fare politica", la storia
delle relazioni fra Sindona ed personaggi come l'ex-primo ministro Andreotti (I Siciliani,
settembre 1983), alla cui corrente peraltro appartengono in Sicilia notabili non
particolarmente ostili alla mafia, ad esempio il il palermitano Lima e il catanese Drago.
Sorvoliamo pure su tutte le vicende relative alla famosa lista dei cinquecento
imprenditori ed uomini politici di primissimo piano coinvolti in una serie di esportazioni
di valuta all'estero, lista finita nelle mani di Sindona, e cioè della mafia, e
opportunamente utilizzata da questa, con ogni probabilità, già in occasione del viaggio
di Sindona in Sicilia, come mezzo di pressione e sicuramente di ricatto. Ma su quali altri
meccanismi - chiediamoci almeno - potevano contare in Sicilia le forze collegate alla
mafia e dipendenti dalla P2?
La risposta è agevole. Quantomeno, sui servizi segreti italiani.
***
E' noto ormai, da quanto è emerso dall'inchiesta del giudice trentino Carlo Palermo
prima che il potere riuscisse ad insabbiarla, che nel colossale traffico organizzato dalle
cosche mafiose siciliane e turche fra l'Italia e il Medio Oriente, operavano anche vari
servizi segreti, fra cui il Sismi del generale piduista Santovito (coadiuvato da uomini
come l'ex-colonnello Sid Pugliese, lo specialista d'armi Partel, gli agenti Sismi
Giovannelli e Bertoncini, e così via). Era agevole immaginare che i dati scoperti (prima
dell'insabbiamento) dal giudice Palermo non fossero che la punta d'iceberg di qualcosa di
più ampio. E infatti: poche settimane fa, le conferme di Buscetta hanno chiarito al di
là di ogni dubbio l'esistenza di uno stretto coordinamento fra il rappresentante della
mafia Calò, e gli esponenti piduisti Carboni e Pazienza. Quest'ultimo, secondo la
relazione ufficiale del Comitato parlamentare, non solo era riuscito ad infiltrarsi nei
servizi ma ne era diventato di fatto il manovratore. Dirigente "ufficiale", un
generale dei carabinieri, Pietro Musumeci; catanese.
Un meccanismo perfetto, dunque: la mafia e la P2 s'incontrano e decidono il da farsi; i
servizi intervengono dove necessario; nel frattempo le Famiglie mafiose e gl'imprenditori
"di rispetto" accumulano con la droga e con gli appalti migliaia di miliardi che
a loro volta serviranno a comperare nuovi appalti e nuova droga, corrompendo dove
possibile, altrimenti ammazzando. In tutto questo, che ruolo ha lo Stato? Essenzialmente,
quello di presenziare ai funerali - per l'appunto - di Stato; e per il resto lasciare che
le cose vadano per il loro verso. Ogni tanto qualche servitore dello Stato tenta di veder
chiaro nella faccenda, di smascherare il meccanismo, di prendere sul serio il suo
mestiere: una raffica di mitra o una carica di tritolo ristabiliranno prima o poi la
normalità.
Torniamo a Musumeci, Pazienza e al loro "supergruppo" - secondo la terminologia
del Comitato parlamentare - "per tutti gli usi". Ne facevano parte piduisti,
trafficanti di droga, agenti americani (lo "specialista" di questioni italiane
Leeden) e generali. In Sicilia, la presenza di Pazienza viene registrata in tre occasioni,
tutt'e tre fondamentali. La prima è in coincidenza col golpe Sindona: in questo periodo,
Pazienza fa alcune decine di viaggi segreti, su aerei messi a disposizione da Santovito, a
Beirut, Milano, Ginevra, e soprattutto a Palermo e a Catania: esattamente nei giorni in
cui in cui Miceli Crimi s'incontrava con Gelli ad Arezzo e Sindona era ospite degli
Inzerillo, con almeno uno dei quali (Salvatore Inzerillo) Pazienza era da tempo in ottimi
rapporti: proprio a Salvatore Inzerillo,in quei giorni, Sindona avrebbe consegnato la
famosa lista dei cinquecento.
La seconda occasione si verifica ai primi di gennaio del 1984 quando Pazienza, da Palermo,
tira in ballo il segretario nazionale della Democrazia cristiana Piccoli: nei dieci giorni
successivi, fra incriminazioni eccellenti e polemiche, l'intero assetto politico siciliano
risulterà terremotato. La terza occasione, poche settimane fa, è in occasione degli
interrogatori di Buscetta che rivelano l'esistenza di un vero e proprio ambasciatore della
mafia a Roma - Giuseppe Calò - del quale emergono presto gli incontri con l'altro
"rappresentante" delle Famiglie siciliane a Roma, Giovanni Corallo, i boss
locali Balducci, Abbruciati, Diotallevi (coinvolto nell'affaire Calvi-Sindona), col
piduista Carboni, e con lo stesso Pazienza. Oggetto degli incontri, il lavoro di
"mediazione" fra interessi della mafia siciliana (particolarmente negli appalti)
e settori del mondo politico.
Quanto a Pietro - "Petruzzu" - Musumeci, tessera P2 numero 1604, a suo tempo
prescelto come possibile capo-ufficio sicurezza del Banco Ambrosiano da Roberto Calvi, è
strettamente legato, nei primi anni '70, al generale dei carabinieri Palumbo, che verrà
successivamente presentato a Gelli. Probabilmente, è questo il canale attraverso il quale
l'ufficiale catanese entra nell'entourage piduista: già alla fine degli anni '70 è in
grado di partecipare a riunioni riservate con Gelli, passa alle dirette dipendenze di
Santovito e partecipa alle indagini riservate sul rapimento Moro, sulla strage di Bologna
e sul rapimento Cirillo: nel primo caso riesce a depistare gl'investigatori dalla
possibile individuazione del covo brigatista di via Gradoli, diffondendo un falso allarme
sul ritrovamento del corpo dello statista nel Lago della Duchessa; nel secondo, con un
rapporto falso, riesce a deviare le indagini dalla pista P2 che comincia ad emergere.
Quanto al rapimento Cirillo, Musumeci gestisce i contatti con cutoliani e brigatisti
durante le trattative clandestine. Non si sa che ruolo abbia avuto in occasione del -
sorprendentemente simile - rapimento D'Urso; non si sa quasi niente, del resto, della sua
eventuale attività in Sicilia e particolarmente nella sua città di origine, Catania.
***
Delle due capitali della mafia, Catania è certamente la meno conosciuta. Dopo la breve
estate del generale Dalla Chiesa (che aveva idee molto chiare sul "policentrismo
della mafia" e sulle attività "dei quattro maggiori imprenditori
catanesi") non sono stati molti i funzionari di polizia e i giornali che abbiano
dedicato qualche attenzione alla città dei Cavalieri. Eppure, ogni volta che qualche
riscontro oggettivo - ultimo, Buscetta - viene a confrontarsi con le ipotesi di Dalla
Chiesa, queste ultime ne escono confermate e, se possibile, ancor più ingigantite.
Dei quattro cavalieri di cui parlava Dalla Chiesa, il più noto - per via di varie e
colorite disavventure giudiziarie - è certamente Costanzo. Eppure gli altri presentano
vicende non meno interessanti. Di Finocchiaro, sarebbe interessante verificare l'ottimo
trattamento ricevuto da un assessore del Comune di Catania che era per avventura parente
del boss mafioso Alfio Ferlito.
Di Graci, banchiere sorto e prodigiosamente moltiplicatosi all'epoca del regno sindoniano,
s'è parlato più volte in occasioni che, per un verso o per l'altro, avevano a che fare
con Sindona; più recentemente, il suo nome è stato fatto a proposito dell'ospitalità
concessa al sostituto procuratore milanese Gino Aima, sospeso dall'incarico dal CSM
perché figurava sulla lista-paga di Roberto Calvi (l'ospitalità di Graci del resto è
proverbiale: nei suoi alberghi o nelle sue tenute ha soggiornato, gratis, ogni genere di
amici: dall'assessore Aleppo al mafioso Macaluso, dall'ex-vicepresidente del CSM Zilletti
al giudice romano, particolarmente distintosi nell'attacco alla nuova gestione del CSM,
Infelisi...).
Di Rendo, infine, a parte i plateali interventi sulla Procura di Catania e su uomini
politici e funzionari, si ricorda il coinvolgimento, sia pure marginale, in quell'affaire
Mifobiali che alla fine degli anni '70, insieme allo scandalo dei petroli, segna uno dei
punti massimi toccati dal connubio fra servizi segreti deviati e interessi (finanziari e
politici) più o meno clandestini nell'Italia degli anni di piombo. Uno degli
uomini-chiave dell'affaire (portato alla luce, in gran parte, dall'assassinio del
giornalista-faccendiere Pecorelli) era proprio un generale della Guardia di Finanza,
Giudice, che di Rendo era intimo amico: i primi sospetti sul generale Giudice, e per
questioni ben più gravi che un "semplice" scandalo, vennero avanzati dal
giudice Chinnici già nel 1976, ben quattro anni prima che partisse l'inchiesta torinese
sullo scandalo dei petroli che portò poi alla caduta dell'alto ufficiale.
Il nome di Rendo, che ha uffici estremamente efficienti non solo in Italia ma anche in
Austria, in Canada, negli Stati Uniti ed in altri paesi, compare inoltre nell'inchiesta
trentina - adesso insabbiata - del giudice Carlo Palermo, a proposito di un misterioso
carico di "liofilizzati" partito da Genova alla volta del Mozambico (dove in
precedenza erano arrivati carichi d'armi patrocinati da Pazienza) e sparito senza lasciar
traccia nel porto di Livorno nel dicembre 1983, esattamente nei giorni cioè in cui
esplodeva la "pista politica" del giudice Palermo (ancora nel settembre di
quest'anno un episodio analogo, la "sparizione" in Adriatico del cargo
ex-dragamine Gloria, di bandiera italiana e proprietà ignota, ha sollevato i più
inquietanti interrogativi fra quanti indagano sui traffici di materiale bellico fra Italia
ed altri Paesi).
Abbiamo visto i quattro cavalieri operare insieme in una situazione "illegale"
come il racket delle fatture false; ma il coordinamento e la collaborazione dei quattro
gruppi, del resto più volte apertamente teorizzata, si estende alle attività
imprenditoriali, come ad esempio il consorzio per la diga di Lentini nel quale Rendo,
Graci e Costanzo operano insieme (e con l'ausilio di un'azienda dell'Iri: capitale
pubblico dunque, alla faccia di Dalla Chiesa). Non è esagerato parlare di un vero e
proprio blocco di potere: del quale non si conoscono esattamente i rapporti e i legami con
gli omologhi blocchi dell'altra metà dell'Isola, in almeno due province della quale -
Palermo e Trapani - "i quattro maggiori imprenditori catanesi" operano da tempo
massicciamente e senza scosse.
Non mancano, a Catania, altri potentati non privi di peso negli affari cittadini:
Conservo, alimentari; Virlinzi, edilizia e finanza; Salvia, farmaceutico; Pitanza, socio
di Costanzo nella Banca Popolare di Catania. Ma quelli che hanno un peso - almeno -
regionale sono sempre loro, i Cavalieri.
Ci sono almeno dodici processi a loro carico, in vari tribunali d'Italia, eppure quasi
nessuno dei dodici riesce a fare un passo avanti: a Palermo, quello per gli appalti della
manutenzione Resca e per il Palazzo dei congressi; a Catania, quelli per le perizie false
IACP (per il quale solo poche settimane fa sono stati decisi dei rinvii a giudizio), per
le perizie false al Gemmellaro, per le fatture false di "Rendo + 63", per truffa
in forniture allo Stato e per truffa in forniture a Stati esteri; a Frosinone quello per
il Palazzo di giustizia; a Roma per la gara d'appalto Licata-Pozzallo-Lentini; ad Urbino
per falso in bilancio e fatture false; ad Arezzo (ed è l'unico caso in cui si sia
arrivati ad un arresto) per falso in bilancio e bancarotta fraudolenta; a Trento infine
per armi e droga. Una prova di potere senza, o con ben pochi, precedenti.
Ma ancora per altri versi Catania è una città assai interessante per chi indaga sulle
varie forme di potere, a volte "ufficiale", a volte occulto, che animano le
vicende giudiziarie. Ad esempio, sono stati proprio dei mafiosi catanesi - i fratelli
Cutaja, una filiazione della Famiglia Santapaola - ad inaugurare, alla fine degli anni
'70, la nuova rotta del traffico di stupefacenti Turchia-Italia, che è quella su cui si
eserciteranno pochi anni dopo le indagini del giudice Palermo. E' a Catania, e
precisamente in una villa alla periferia della città, che si progetta l'attentato mafioso
al giudice Imposimato, progetto poi sventato dalla Guardia di Finanza. Imposimato
indagava, ed indaga, sugli uomini della P2, a partire da Pazienza e Carboni ai nuovi nomi
emersi dalle conferme di Buscetta. Pagherà queste indagini con la perdita del fratello,
assassinato da un misterioso commando di camorristi, in piena città, senza scorta. Senza
scorta era pure da una settimana il giudice Carlo Palermo, ai primi del dicembre 1983:
esattamente negli stessi giorni in cui un gruppo di "brigatisti" (brigatisti di
chi?) progettava di assassinarlo.
***
Nell'ultimo periodo della presidenza Carter, gli uomini di Musumeci e Pazienza - ed in
particolare l'americano Leeden, con lo stesso Pazienza - s'incontrano a Catania con gli
uomini di Gheddafi; all'epoca, il dittatore libico è rappresentato in Sicilia da un
avvocato Papa catanese. Scopo dell'incontro, l'organizzazione di una
"combinazione" contro l'allora presidente Carter il cui fratello ha avuto, a
quanto pare, degl'incauti contatti coi libici. L'operazione, della quale il governo
italiano è perfettamente al corrente, riesce perfettamente, si scatena una campagna di
stampa in America, il già debole presidente viene completamente screditato, Reagan vince
le elezioni.
A noi non interessano gli aspetti politici della faccenda, e meno che mai quelli di
politica americana. Ma sta di fatto che un gruppo di piduisti e di mafiosi è riuscito ad
influire sulle vicende del Governo degli Stati Uniti. A questo punto, si può parlare
ancora di semplici "faccendieri", di avventurieri slegati da ogni centro di
potere? Cosa hanno chiesto in cambio? E cosa hanno avuto? E cosa in America, e cosa in
Sicilia, e da chi e come e quando? Mistero. La consegna, è il silenzio.
***
Ancora. C'è una serie di otto avvenimenti, concentrati in due anni, di cui non è
possibile trovare una spiegazione (e una spiegazione unitaria probabilmente non esiste),
ma che hanno in comune tre cose: l'Arma dei carabinieri (anzi: una parte di essa); la
città di Catania; la mafia. Primo: il caso del capitano Melito e del boss catanese
Santapaola, per il quale l'unica spiegazione ufficiale finora fornita è quella di un
capitano di carriera che si fa corrompere... per un'auto usata. Secondo: la morte del
maresciallo Agosta, sottufficiale provatissimo e al di sopra di ogni sospetto, che viene
ucciso a Catania pochi mesi dopo l'episodio Melito insieme al braccio destro di
Santapaola. Terzo: un tenente colonnello in servizio a Catania, brillante investigatore e
uomo di Dalla Chiesa, che dopo una lunga ufficiale inattività viene improvvisamente
rimosso da Catania appena si comincia a parlare di lui. Quarto: un ufficiale dei
carabinieri, Morelli, per lungo tempo in servizio a Catania, risultato iscritto alla P2.
Quinto: un colonnello dei carabinieri, Licata, anch'egli rimosso da Catania in circostanze
improvvise e poco chiare. Sesto: la copertura oggettivamente data dai carabinieri di
Bergamo - e un importante traffico d'armi fra Bergamo e il catanese è stato scoperto
ancora pochi mesi orsono - al "superteste" del delitto Dalla Chiesa Spinoni, la
cui testimonianza è servita per mesi a depistare le indagini dai collegamenti del boss
Santapaola. Settimo: la presenza a Messina, cioè nel massimo comando CC. della Sicilia
orientale, di un generale, Siracusano, il cui nome figura nelle liste P2. Ottavo,
Musumeci.
Di questi otto casi alcuni, sicuramente quello di Agosta e quello del tenente colonnello,
hanno a protagonisti uomini che agivano a fini di giustizia e nell'adempimento di ordini.
Altri, e fra cui forse il primo, possono essere casi di corruzione individuale. Ma otto
casi son troppi. Non è possibile credere facilmente che in otto casi diversi otto
ufficiali dell'Arma si siano giocati la carriera per un impulso. Non è possibile fare a
meno di pensare che, se non certamente fra tutti, sicuramente fra alcuni di questi otto
casi vi sia un filo comune. Quale, non riusciamo a individuare. Ma, quando parliamo di
"una parte" dei carabinieri - cioè, in Italia, una parte dei servizi, che dai
carabinieri dipendono - le parti a cui è possibile riferirsi sono essenzialmente due:
quella di Dalla Chiesa, e quella di Santovito. Sulle caratteristiche di ciascuna delle
due, e su quale delle due abbia disperatamente difeso il Paese e quale abbia ferocemente
cercato di tradirlo, non vale la pena di spendere parole.
Otto casi - alcuni di colore oscuro - tutti, in un momento o nell'altro,
"catanesi" .
***
E quando verrà fuori la seconda lista della P2, quella di cui nessuno ama parlare, e di cui la prima non è che una parte? E che nomi siciliani ci saranno stavolta in questa lista, e che nomi catanesi, e che palermitani?
***
Falcone da Palermo, Imposimato da Roma lavorano - noi crediamo - anche su questo. La
parola Catania, nella geografia della mafia, significa qualcosa di più che il nome di una
città. E', probabilmente, l'anello di collegamento con qualcos'altro. Qualcosa che si
comincia ad intravedere, e che fa paura. Ma non è su questa paura che vogliamo chiudere
queste note, e nemmeno sul sacrificio degli onesti o sulla battaglia solitaria dei nostri
magistrati.
Il ventisette di settembre del 1984, in Sicilia a Palermo, c'erano migliaia e migliaia di
giovani siciliani per le strade, e gridavano forte contro la mafia. Erano coraggiosi e
liberi, ed erano tanti. E sono sempre di più, in ogni nostra città ed in ogni paese.
Chiudiamo dunque con loro, con Margherita, Rosalia, Carmelo, Enrico, Salvatore e gli altri
che passano col cartello della loro scuola sotto le finestre del palazzo di giustizia, e
chiamano il loro amico Falcone e gli urlano che sono con lui. E saranno loro a vincere
questa guerra.
E allora complottate pure, trafficate gli appalti, compratevi generali e onorevoli,
vendetevi allo straniero, assassinate: ma ogni vostro progetto, di fronte a questi ragazzi
e a questa forza che sale, non è che una buffonata senza avvenire e senza speranza.
Rosario Lanza
Riccardo Orioles