da "I Siciliani", marzo 1985

La storia del Mi.Fo.Biali è lunga, intensa e drammatica. E torna d'attualità in questi giorni, dopo l'acquisizione del documento (circa quattrocento pagine) da parte della Commissione Anselmi: una delle ultime decisioni della Commissione d'inchiesta sulla P2 è stata appunto quella di richiedere la trasmissione del dossier (che era allegato al processo per lo scandalo dei petroli) per poterlo attentamente analizzare e valutare, alla luce degli eventi che si sono succeduti alla scoperta di quel dossier.
E' una vicenda tutta italiana, questa del Mi.Fo.Biali, eppure il dossier dei servizi segreti possiede - anche per il ruolo di alcuni suoi personaggi - una specificità siciliana che ci induce a rileggerlo: anche alla luce delle inquietanti connessioni fra la Pidue e la realtà politica e imprenditoriale siciliana che i lavori della Commissione Anselmi hanno rivelato. E alcune connessioni probabilmente il Mi.Fo.Biali le anticipava già dieci anni fa.
Sullo sfondo di grandi complotti, di poteri occulti, di truffe colossali, di arditi progetti politici - già sinteticamente indicati nel nome del dossier, dove Mi sta per Miceli, Fo per Foligni e Biali per la Libia - si muovono piccole passioni umane, le invidie, i tradimenti, le ambizioni, gli ostinati silenzi, gli ammiccamenti. Perfino una storia di corna. E in questo caleidoscopio di personaggi e di sentimenti si muove anche il cavaliere Mario Rendo: ancora non assurto agli onori della cronaca nazionale (siamo nel 1975), tanto da costringere gli agenti del Sid a spiegare, quando il nome di Rendo compare nei loro rapporti, che si tratta di ("...eminente personaggio della finanza e dell'industria siciliana"), ma comunque già impeccabile anfitrione ("Foligni e padre Dionisio, in Catania, saranno ospiti di Rendo"), ossequioso con chi comanda ("...Mario Rendo (...) è molto amico del generale Raffaele Giudice"), promotore di ambiziosi investimenti
("...Si tratterebbe di acquistare una zona di 4.500 ettari fronteggiante il Lago Superiore, comprendente 2 fiumi, 17 laghi e un'immensa quantità di legname").
Accanto alle apparizioni di questo illustre comprimario siciliano, si snoda la storia del Mi.Fo.Biali con i suoi protagonisti e i suoi progetti (più o meno politici, più o meno illeciti). E all'origine di questa vicenda, come in molte altre oscure storie italiane (e come in quasi tutte le storie italiane che passano anche attraverso protagonisti o interessi siciliani) c'è l'onorevole Giulio Andreotti. Nel '74, ministro della Difesa, Andreotti ordina al capo del Sid, l'ammiraglio Casardi, un'indagine approfondita ed assolutamente riservata su Mario Foligni, un cattolico che aveva fondato il Nuovo Partito Popolare e che da un paio di anni stava lavorando in silenzio per un grande progetto politico, una sorta di "golpe bianco" che avrebbe dovuto scalzare da destra l'egemonia della Democrazia Cristiana.
Casardi passa l'ordine al generale Maletti, capo dell'ufficio "D" del Sid, e l'inchiesta, nella massima riservatezza, viene avviata: pedinamenti, intercettazioni, microspie. E rapporti che, puntualmente, arrivano su alcune insospettabili scrivanie.
Ma la realtà, come spesso avviene in questi casi supera di gran lunga l'immaginazione. Sullo sfondo del progetto politico di Foligni si comincia a delineare una sagoma inedita e ben più inquietante, quella della loggia P2. E accanto al nome di Licio Gelli scorrono quelli di altri - oggi ormai noti - piduisti eccellenti: faccendieri, militari, politici. Li ritroveremo tutti, sette anni più tardi, negli archivi di Castiglion Fibocchi.
In uno di quei rapporti si parla anche del comandante generale della Guardia di Finanza Raffaele Giudice; il Sid decide di mettere sotto controllo i telefoni dell'alto ufficiale, e salta fuori, quasi per caso, l'incredibile truffa dei petroli: venti milioni di tonnellate di greggio vendute sottocosto alla Libia in cambio di generose tangenti finite nelle casse del Nuovo Partito Popolare. Ma Raffaele Giudice, scoprono gli agenti del Sid, lavora anche in proprio, e con eccellenti risultati: ricatta, esporta capitali, estorce tangenti. Un criminale abile ed incallito. Storia nota, oggi, con Giudice già condannato a parecchi anni di detenzione dal tribunale di Torino e con il suo braccio destro, l'ex capo di stato maggiore della Finanza Donato Lo Prete, estradato in Italia qualche settimana e oggi in attesa di essere giudicato.
Eppure tutto ciò - la P2 ed i petroli, la Libia e le tangenti - sarebbe rimasto seppellito probabilmente nella memoria dei servizi segreti se una sera di marzo del 1979 qualcuno non avesse deciso di uccidere a revolverate il giornalista Mino Pecorelli. Nel suo studio, gli investigatori scoprono il dossier del Sid, di cui Pecorelli, piduista di provata fede, si era servito per estorcere "finanziamenti" per il proprio giornale. E' storia nota anche la lentezza con cui il Mi.Fo.Biali, benché finalmente nelle mani dei magistrati, si sia poi tradotto in mandati di cattura. Ed abbiamo dovuto attendere fino al processo di Torino contro il generale Giudice perché quei documenti diventassero di pubblico dominio.
E leggendo quelle centottanta pagine fitte di annotazioni, richiami, retroscena, protagonisti e comprimari, viene fuori anche quest'immagine - non del tutto inedita ma certamente insolita - del cavaliere Rendo. Figura apparentemente marginale rispetto al progetto politico di Foligni, in realtà Rendo appare - negli appunti del Mi.Fo.Biali - sempre disponibile e presente nei momenti centrali della vicenda. E' lui che si offre di ospitare Foligni e padre Dionisio Dom Mintoff, fratello dell'ex premier maltese, incaricato di mediare con la Libia per la compravendita di una partita di greggio sotto costo. Ed è sempre Rendo che dimostra in piú d'una occasione i propri "...imprecisati interessi che... conta di poter realizzare a Malta". Gli agenti del Sid - poco interessati a quest'appendice della loro indagine - non vanno oltre la lapidaria indicazione di "segnalati imprecisati interessi": la reale consistenza dei progetti di Rendo su Malta, e la loro natura, restano fuori dal Mi.Fo.Biali.
Vi è invece ampiamente descritto il legame tra l'imprenditore catanese ed il comandante della Guardia di Finanza Raffaele Giudice: è il generale a promuovere i contatti fra padre Dionisio Dom Mintoff e Rendo, ed è ancora Giudice a proporre all'imprenditore catanese un affare da alcune centinaia di migliaia di dollari nel Canada: per un milione e 850.000 dollari, il piduista Giudice propone a Rendo di acquistare, sulle rive del lago Superior, 4.500 ettari di terreno, due fiumi, diciassette laghi, un'immensa quantità di legname e perfino un'isola. Profitto dell'operazione: duecentomila dollari netti. Un affare che alletta il cavaliere catanese, tanto da indurlo a progettare, insieme al figlio del generale Giudice, Giuseppe, un rapido viaggio in Canada per concludere l'operazione: gli agenti del Sid, puntigliosamente, registrano tutto, anche la data di partenza per Montreal, l'11 luglio 1975.
Il dato più inquietante che propone questo dossier resta comunque il legame fra il generale Giudice e Mario Rendo: «molto amici» spiega il Mi.Fo.Biali, al punto da incontrarsi spesso negli uffici romani del comandante della Guardia di Finanza. Qual è il significato di questo legame, in un'epoca in cui Giudice rappresentava non soltanto un abile truffatore e trafficante di valuta ma uno dei più attivi fiancheggiatori al disegno eversivo della loggia Pidue? Cosa poteva offrire Rendo al comandante della guardia di Finanza in cambio dell'amicizia di quest'ultimo o dell'intermediazione in affari da centinaia di migliaia di dollari? Quale filo lega, in ultima analisi, il cavaliere Rendo agli episodi più inquietanti degli ultimi anni di storia di questa nazione, dal Mi.Fo.Biali alla loggia di Gelli, agli anni di piombo della mafia siciliana, all'inchiesta del giudice Carlo Palermo sul traffico di armi e droga?

E se fosse veramente giunto, adesso, l'autunno per quest'ultimo impunibile patriarca delle storie siciliane?

Claudio Fava
Miki Gambino
Riccardo Orioles